«In galera ti mando» prometteva Totò in una famosissima scena che, meglio del Processo di Kafka, spiega l’ingranaggio giudiziario italiano, che – come vedremo – si tinge, comunque e sempre, di commedia. Domanda: si può nell’Italia della “brava gente” mandare in galera, e non ai domiciliari, un uomo di 94 anni, Renato Cacciapuoti, condannato a 4 anni e 8 mesi non per un delitto di sangue, ma per la bancarotta, 15 anni prima, della casa editrice “Olimpia”, specializzata in caccia e pesca (da non confondere con l’Olympia Press, specializzata in erotismo)? Si può rinchiudere in una cella con altri quattro detenuti un vecchissimo signore con il suo treppiedi e i suoi bastoni, le emorroidi e gli spaesamenti? Si può trascinare in uno dei peggiori penitenziari, il Sollicciano dei brutti ceffi, dei topi e delle cimici nei letti, un uomo che «non è più – diceva Scalfari a 93 anni – nell’età dei vecchi né dei molto vecchi, ma dei vegliardi che spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono più lucidi degli altri, perché vedono di più e meglio»? Si può, si può.
Si può, se l’avvocato non si è opposto in tempo, e cioè subito prima che la condanna diventasse esecutiva. Si può, se il sostituto procuratore generale ha emesso l’ordine di arresto senza farsi e fare domande sul numero 94. Si può, se i medici del carcere hanno scritto che le condizioni appaiono buone, «anche se», «malgrado» e «nonostante». Si può, se il magistrato di sorveglianza non ha esercitato il potere-dovere della compassione e non ha scelto la detenzione in casa perché ha con il regolamento lo stesso rapporto inesorabile che aveva Javert con i “Miserabili”. Si può, se l’ingranaggio non aggroviglia il nastro, se nessuno ha una paralisi di panico, se la misericordia non illumina la legge. Si può perché «essendo comune – diceva appunto Kafka – questa storia non prevede miracoli».







