Questa carta se l’è già giocata, in cinque mesi di guerra. E non una volta sola. Donald Trump agita l’escalation imminente, la punizione esemplare, l’«arma fine di mondo» contro l’Iran, per per poi fare inversione a «u» e provare a tornare al tavolo dei negoziati.

In fondo funziona sempre allo stesso modo: si parte con un cupo avvertimento a Teheran, secondo cui il presidente Usa sarebbe sul punto di ordinare alle forze statunitensi di «distruggere» le sue centrali elettriche o impadronirsi di parti chiave della sua industria petrolifera se i suoi leader non accettassero rapidamente le condizioni americane per porre fine alla guerra. Si conclude con lui che fa marcia indietro con una dichiarazione dell’ultimo minuto, a volte su richiesta di questo o quell’alleato del Golfo, in cui afferma che concederà più tempo alla diplomazia.

La strategia del pugno di ferro – che «The Donald» ha affinato negli anni da palazzinaro a New York, alla corte di Roy Cohn, l’avvocato più spregiudicato della Grande Mela anni Settanta - punta a smuovere le trattative attraverso la pressione e il caos. C’è molto del bluff. Rischi compresi, perché alla fine il problema del bluff è sempre che qualcuno te lo viene a vedere. Un po’ come ha imparato a fare la teocrazia iraniana.