I fatti

Stefano Giordano

Powered by

Aveva trentadue anni ed era quasi libera. Si è tolta la vita nella casa di reclusione femminile della Giudecca, a Venezia. Vicina al fine pena, dicono le cronache. Il fine pena è arrivato prima, per altra via. I numeri: 64.436 detenuti in istituti che ne conterrebbero 51.000; sovraffollamento reale al 139%, con 73 istituti oltre il 150%. Le stesse cifre che nel 2013 valsero all’Italia la condanna di Strasburgo nel caso Torreggiani: trattamento inumano e degradante, art. 3 CEDU. Tredici anni dopo siamo tornati esattamente lì, con una differenza: oggi nessuno finge nemmeno più di scandalizzarsi.

Beccaria scriveva che «non è la crudeltà delle pene uno dei più gran freni dei delitti, ma l’infallibilità di esse». Duecentosessant’anni dopo abbiamo rovesciato la lezione: pene incerte per i potenti, crudeltà infallibile per gli ultimi. Perché in carcere — dato che nessun ministro ama ricordare — finiscono soprattutto poveri, tossicodipendenti, malati psichiatrici. Quelli per cui la sinistra un tempo scendeva in piazza, prima di scoprire che il giustizialismo rende più voti della pietà.