VENEZIA - Ha lasciato un biglietto prima di congedarsi dalla sua giovane vita. Un addio che toglie ogni dubbio sul perché abbia deciso a 32 anni di impiccarsi nel bagno della cella del carcere femminile della Giudecca. Quindi si archivia un altro suicidio, l'ennesimo, di un detenuto. La giovane donna non ha retto, malgrado non avesse commesso reati irreparabili che le impedissero di ripartire. Pagava per guai legati al mondo della droga e stava finendo di espiare la sua pena. Al di fuori, nel Trevigiano, aveva una mamma che non l'aveva rinnegata, come a volte accade a chi ha avuto problemi con il carcere, anzi la seguiva.

Una morte che ha scosso le detenute e ora l'attenzione è massima perché in un momento di dolore forte c'è sempre qualche rischio. È il secondo suicidio nell'arco di pochi mesi che coinvolge il carcere femminile veneziano. Lo scorso ottobre una detenuta di 62 anni si era tolta la vita poco dopo essere stata in permesso per andare a trovare l'anziana madre. Anche lei non aveva commesso un reato violento e nemmeno lei dava segnali di allarme. Eppure capita.

«Le volontarie che hanno avuto contatti con questa ragazza non si sarebbero mai aspettate un gesto così, questo dimostra ancora una volta come ci sia bisogno di psicologi e psichiatrici che sappiano cogliere i malesseri» dice Maria Voltolina dell'associazione Il granello di senape attiva all'interno dei carceri veneziani. Proprio in uno degli ultimi numeri della rivista "Ponti" curata dall'associazione, un detenuto del penitenziario maschile ha scritto come sia stato più volte salvato dalla volontà di farla finita grazie al supporto psicologico.