Era una ragazza a cui bastava una speranza per guardare al suo futuro. Ma aveva bisogno di essere curata dalle sue dipendenze, lo aveva chiesto lei stessa. Ma le hanno negato sempre tutto: no alla Comunità, no agli arresti domiciliari a casa dei genitori, no a qualsiasi beneficio. E quando è arrivata la seconda condanna e l’hanno trasferita di carcere, si è uccisa».
Così uno dei legali che l’ha difesa ricorda Abrar Jarrar, 21 anni appena, nata a Cremona da genitori stranieri, la più giovane detenuta suicida di questo 2026. L’hanno trovata che penzolava dalla finestra della sua cella nel carcere di Spini di Gardolo a Trento la mattina del 24 maggio. Quando se ne sono accorti respirava ancora ma è morta due giorni dopo in ospedale. Per lei e per tutti i detenuti per piccoli reati, magari tossicodipendenti, tanto giovani da poter aspirare ad una vera rieducazione e recupero gli avvocati della Camera penale di Verona a giugno hanno fatto tre giorni di astensione dalle udienze. «Un sistema che non dialoga con le reali esigenze delle persone detenute e che frappone ostacoli burocratici insormontabili all’accesso alle misure alternative e non garantisce la funzione rieducativa imposta dalla Costituzione», la loro denuncia.






