Il coraggio che manca per una vera concorrenza

Sergio Boccadutri

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Ogni anno, anche se non proprio puntuale, arriva la legge sulla concorrenza, e ogni anno assomiglia a un lungo inventario di piccole cose. Uno sconto obbligatorio qui, un obbligo di trasparenza là, un settore ritoccato ai margini. Niente di sbagliato. Ma quando la legge è approvata, il Paese resta esattamente dov’era. Perché il problema della concorrenza in Italia non è tecnico. È politico. Anzi: è una questione di coraggio.

Aprire davvero un mercato significa togliere qualcosa a chi in quel mercato occupa una posizione di vantaggio da anni. Significa dire a una categoria protetta che dovrà competere, a un’impresa dominante che essere arrivata prima non basta più, a chi vive di un privilegio che quel privilegio non è un diritto acquisito. È una decisione che fa nemici. E i nostri governi, di ogni colore, hanno imparato a evitarla: molti annunci di riforma, nessuno scontro vero. Così restano al loro posto i mercati che nessuno osa aprire. E le liberalizzazioni sono poi ritirate ogni volta: dallo sconto libero sui libri ai taxi. Si difendono privilegi, non diritti. Ma toccare i privilegi costa consenso, perché il privilegio si aggrega in una categoria che riesce a farsi sentire più di chi invece deve pagare per un servizio non adeguato. E quando una riforma seria riesce comunque a passare, la si rinvia finché non conta quasi più nulla.