Il ricordo

La lezione che resta: il dolore va abitato per poterlo sconfiggere. Oggi il boschetto di Rogoredo racconta la stessa geografia, ma nessuno ci va

Mario Alberto Marchi

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Gli alberi del Parco Lambro, nel 1979, avevano siringhe conficcate nella corteccia, a poche centinaia di metri da via Pusiano, dove don Antonio Mazzi era appena arrivato a dirigere l’Opera don Calabria. Un prete veronese di cinquant’anni, in una periferia est che l’eroina stava svuotando di una generazione. La decisione che ne seguì non fu aprire un centro e rientrare la sera in canonica. Fu prendere residenza. La cascina Molino Torrette, ottenuta dal Comune nel 1984 dopo che i suoi ragazzi avevano ripulito il parco, non era un presidio affacciato sull’emergenza: stava dentro. L’asilo nel mezzo dell’inferno, non ai suoi margini prudenti. Ed è lì che venerdì pomeriggio, a novantasei anni, don Mazzi è morto, dopo quarant’anni allo stesso indirizzo.