Il caldo estremo non rappresenta soltanto una nuova emergenza climatica. Sta cambiando il modo stesso di progettare le città. Per oltre un secolo abbiamo costruito lo spazio urbano seguendo una logica apparentemente semplice: impermeabilizzare il suolo, separare la natura dall'architettura, governare l'acqua, destinare sempre più spazio alle automobili. Oggi quella logica mostra tutti i suoi limiti. Non è il clima a essere incompatibile con le città, ma molte città sono state progettate per un clima che ormai non esiste più.Le ondate di calore di queste settimane non sono un incidente di percorso né un'emergenza passeggera da affrontare con qualche misura temporanea. Sono il segnale evidente di una nuova normalità. L'Europa è il Continente che si riscalda più velocemente al mondo e il caldo estremo è ormai diventato una delle principali sfide per la salute pubblica, l'economia e la competitività dei territori. Il punto non è capire quanto caldo farà domani, ma quanto le nostre città amplificano il fenomeno o, al contrario, potranno attenuarlo. Esiste una sapienza urbana che rischiavamo di dimenticare. Le città mediterranee hanno costruito nel tempo un rapporto naturale con il clima: il portico, il vicolo ombreggiato, la piazza ventilata, la presenza dell'acqua, il valore dell'ombra come infrastruttura quotidiana. Non un approccio nostalgico, ma la dimostrazione che il progetto urbano ha sempre dialogato con il clima e oggi deve tornare a farlo.Allo stesso tempo, ogni cittadino conosce istintivamente la propria città. Sa quali sono le strade dove si respira meglio, dove arriva una brezza, dove gli alberi rendono possibile fermarsi anche nelle giornate più calde. Questa preziosa conoscenza quotidiana ci ricorda che la pianificazione deve tornare a partire dalle persone e dal loro modo di vivere lo spazio pubblico.L’urbanistica non basta più. Servono città progettate per il benessere delle persone prima ancora che per la funzionalità delle infrastrutture. È qui che la natura cambia significato. Non è un elemento decorativo né un lusso da aggiungere a posteriori. È una vera infrastruttura urbana. Per questo oggi non basta piantare qualche albero in più. Dobbiamo progettare ecosistemi funzionanti: suoli permeabili, corridoi ecologici, sistemi di ventilazione naturale, reti verdi e blu capaci di trattenere l'acqua, raffrescare l'ambiente, migliorare la qualità dell'aria e aumentare la biodiversità. Non interventi isolati, ma sistemi integrati che rendano le città più resilienti. Questo è il significato più profondo dell'approccio Nature-positive: non limitarsi a conservare ciò che resta della natura, ma rafforzarne attivamente la capacità di produrre benefici ambientali, sociali ed economici.In questi giorni è accaduto qualcosa che, paradossalmente, ha ricevuto meno attenzione delle temperature record, probabilmente la più importante innovazione nella pianificazione urbana degli ultimi decenni. Sono state presentate a Roma le Linee guida per i piani urbani della natura, lo strumento con cui l'Italia avvia l'attuazione del Regolamento europeo sul Ripristino della natura. Un passaggio destinato a cambiare il modo in cui pensiamo le città.Entro il 2030 tutti i comuni italiani con più di 20.000 abitanti – circa 520 città, dove vive oltre la metà della popolazione nazionale – dovranno dotarsi di un Piano urbano della natura. Per anni abbiamo parlato di Piani del verde; oggi siamo chiamati a costruire strumenti capaci di integrare biodiversità, adattamento climatico, gestione delle acque, salute pubblica e qualità dello spazio urbano in un'unica strategia.Lo osserviamo ogni giorno anche nei progetti che sviluppiamo. A Monza e Brianza, ad esempio, il patrimonio naturale conta circa 2,8 milioni di alberi. Nei prossimi trent'anni questo capitale potrà generare quasi 2,9 milioni di tonnellate di CO₂ stoccata, oltre 2,1 milioni di tonnellate di ossigeno prodotto e contribuire a evitare circa 47 milioni di metri cubi di deflusso superficiale. Numeri che dimostrano come il verde non sia un costo di manutenzione, ma una vera infrastruttura che produce servizi ecosistemici misurabili.Lo stesso vale per l'acqua. Per decenni abbiamo progettato le città per smaltirla rapidamente, mentre oggi dobbiamo rallentarla, trattenerla, infiltrarla nel suolo, considerarla risorsa ed elemento strutturale del paesaggio urbano. Dai bacini del Lura ai Parchi dell'acqua, fino al progetto Città metropolitana spugna, le Nature-based solutions dimostrano che sicurezza idraulica, adattamento climatico e qualità dello spazio pubblico possono procedere insieme.Questa trasformazione riguarda anche la giustizia sociale. Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. I quartieri più densi, con meno alberi e ombra e più superfici impermeabili sono anche quelli dove le persone più vulnerabili soffrono maggiormente gli effetti delle ondate di calore. La resilienza climatica non può diventare un privilegio, deve tradursi in una rete diffusa di spazi pubblici accessibili, ombreggiati e vivi, dove la Natura torni a svolgere la sua funzione essenziale. Per molti anni abbiamo interpretato la sostenibilità come la capacità di limitare i danni.Oggi la crisi climatica ci impone un obiettivo più ambizioso: ogni progetto, ogni trasformazione urbana, ogni infrastruttura deve migliorare la condizione di partenza, restituendo più natura di quella che consuma. La nuova narrazione passa dalla mera sostenibilità alla positività, secondo un approccio Nature-positive.
Riportiamo il verde nelle nostre città
Il progetto dei centri urbani ha sempre dialogato con il clima e oggi deve tornare a farlo, dice l’architetto Andreas Kipar. Dobbiamo riuscire a realizzare ecos














