La graduatoria pubblicata dal settimanale francese L’Express e rilanciata anche dalla stampa italiana, nella quale l’Italia viene collocata soltanto al quindicesimo posto, parte da un metodo di classificazione profondamente discutibile. L’intelligence, infatti, non è uno sport olimpico. Non esistono cronometri, statistiche pubbliche o classifiche Fifa che consentano di stabilire con precisione quale servizio sia migliore di un altro. Ecco perché secondo Antonio Teti, professore dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara

Ogni tanto riemerge la tentazione di stilare classifiche sui migliori servizi di intelligence del mondo o, come accaduto nei giorni scorsi, sui migliori servizi segreti europei. È un esercizio che inevitabilmente suscita curiosità, alimenta il dibattito e genera titoli ad effetto. È ciò che è avvenuto con la graduatoria pubblicata dal settimanale francese L’Express e rilanciata anche dalla stampa italiana, nella quale l’Italia viene collocata soltanto al quindicesimo posto, con lo stesso punteggio di Belgio e Repubblica Ceca. Una valutazione accompagnata da giudizi severi sulla presunta assenza di una cultura dell’intelligence nel nostro Paese e da critiche che investono perfino l’organizzazione e la reputazione del comparto. Una lettura che, a mio avviso, merita una riflessione ben più approfondita di quanto non suggeriscano i titoli dei giornali. Non tanto per difendere d’ufficio il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, quanto perché il metodo stesso con cui si pretende di classificare i servizi segreti appare profondamente discutibile.