Tra le scene surreali scaturite dai fatti di Ceuta e trasmesse fino alla nausea dai media mondiali, una in particolare ha attirato la nostra attenzione: la barriera gonfiabile stesa tra l’imboccatura del porto di Ceuta e l’adiacente costa del Marocco.
Si tratta di una sorta di tubo lungo quasi 500 metri, realizzato con materiale plastico di colore arancione che, nella normalità delle cose, verrebbe adoperato per contenere/confinare le macchie di idrocarburi densi sversati dalle navi (per cause accidentali), costituendo uno dei principali strumenti contro gli inquinamenti marini (marine pollution).
Vedere le panne stese dalle autorità spagnole – non certamente per finalità antinquinamento – ma adoperate per costituire una barriera per respingere i migranti che tentavano di raggiungere a nuoto il territorio dell’enclave spagnola di Ceuta ha suscitato non poco stupore, misto a un senso di disagio.
Ricordiamo che proprio da queste colonne, ripetute volte, abbiamo richiamato l’attenzione sui grandi e complessi inquinamenti marini persistenti nell’area del Golfo Persico, segnatamente presso lo Stretto di Hormuz, e nel Mar Rosso meridionale, in prossimità dello Stretto di Bab el-Mandeb, auspicando, con insistenza, che le autorità internazionali che hanno – tra le altre cose – anche il compito di contrastare gli inquinamenti marini causati da idrocarburi sversati dalle navi mercantili, valutassero di intervenire per organizzare un’azione tecnica in grado di contenere e, dunque, limitare i danni provocati dagli inquinamenti in atto i quali, calcolati per difetto, riguarderebbero la fuoriuscita di 500.000 tonnellate di greggio che nessuno ha mai, almeno finora, tentato di contenere e/o recuperare dalla superfice del mare.










