Qualche settimana fa una cliente mi ha chiesto se in libreria avessimo una copia di “Island of Strangers”. L’autore è Ben Jones, direttore della Free Speech Union. Sono andata a prenderlo sullo scaffale di storia contemporanea, e oltre al titolo mi ha subito incuriosita la copertina, la sagoma del Regno Unito composta da corpi differenti, visti dall’alto e ammassati tra loro, tante testoline di colori diversi. Mi è bastato inserire il titolo su Google per scoprire che si tratta di una citazione estrapolata da un discorso che l’ex primo ministro britannico Keir Starmer tenne nel 2025, un anno prima di dimettersi. In sintesi, Starmer sosteneva che se il Regno Unito non avesse rafforzato le frontiere, sarebbe diventato un’island of strangers e non una nazione che walk forward together. Chissà se le scuse pubblicamente rivolte in seguito sono state dettate da un sincero pentimento o dalle innumerevoli critiche che lo hanno travolto e i paragoni con il “Rivers of Blood” di Enoch Powell nel 1968, tuttavia il concetto che ha espresso non è nuovo. Ce l’hanno in bocca tutti gli e le esponenti delle destre europee – ahimè, anche molte presunte sinistre. A maggior ragione negli scorsi giorni, dopo ciò che è accaduto a Ceuta, il “pericolo migranti” è sotto i riflettori più che mai. Si confermano surfisti d’elitè la nostra Presidente e compagnia cantante, che non vedevano l’ora di cavalcare l’onda in nome dell’unità dell’Europa ed eleggersi capolista nella presa di posizione contro le politiche del Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez. Il saggio di Jones non l’ho letto, ma è sufficiente dare un’occhiata alle descrizioni online per capire che uno dei temi trattati è la crisi dell’identità nazionale britannica. Ma che cosa è l’identità nazionale? Che cosa la definisce e la costruisce? Nonostante la tragica situazione politica e sociale che incancrenisce l’Italia, sono orgogliosa del mio Paese e fiera di essere italiana. Presumo che questo amore viscerale sia in parte fomentato dalla malinconia, però è determinato dal caso. Non ho scelto di nascere tra i confini dello Stivale, ma è solo questo il motivo che ha determinato la mia lingua madre, i sapori e gli odori che riconosco, i luoghi che chiamo casa. La cultura che tanto millantiamo è essa stessa frutto di contaminazioni. Popoli e persone si sono spostate per migliaia e migliaia di anni amalgamandosi tra loro. La cultura latina è figlia dell’Antica Grecia, e negli attuali confini dell’Italia tra i tanti hanno scorrazzato Longobardi, Normanni, Saraceni, persino gli Unni. È stata dominata da chiunque, albero genealogico di andirivieni. Siamo frutto di “contaminazioni”, che altrə hanno importato e che noi abbiamo esportato. Quanti suoni ricorrenti e simili all’italiano sentiamo in altre lingue, non solo romanze o europee? I grandi romanzi della letteratura non nascono proprio dall’incontro e dal viaggio? Cucina, architettura, musica, qualsiasi espressione artistica? Nulla si crea dalla chiusura e dall’immobilità. Le identità nazionali che le destre vogliono difendere sono un concetto recentissimo paragonato alla storia dell’umanità – a cavallo tra Settecento e Ottocento nasce l’idea moderna di stato-nazione, il Regno d’Italia nel 1861 - e non possono e non devono essere considerate come organismi statici, perché sono esse stesse frutto di mutamenti. Ciò che viene “da fuori” non è minaccia ma arricchimento. Non mi sono mai sentita minacciata da una moschea, da un ristorante eritreo o dal turbante di un sikh. Nel bagaglio di amore che si è trasferito con me dall’Italia ci sono anche loro, e ciò che vivo quotidianamente nel Reame si aggiunge alla somma. Le nazioni sono entità dinamiche, così come i popoli. Le radici ci nutrono, ma non siamo nati alberi, abbiamo i piedi. Voler sopprimere ed escludere a priori chi proviene da un altrove in nome di un confine disegnato su una cartina geografica non è sinonimo di forza, ma di fragilità. A forza di volerci rinchiudere, diventeremo sterili.