L’immigrazione è il punto nel quale la crisi delle democrazie liberali smette di essere soltanto economica e diventa culturale, simbolica, quasi esistenziale. Tocca il lavoro e la casa, la scuola e la sicurezza, il welfare e l’identità, ma soprattutto mette alla prova la capacità di una società aperta di non confondere l’apertura con la rimozione di ogni criterio di governo del fenomeno. La destra, non a caso, vince quando trasforma l’immigrazione in paura identitaria. La sinistra perde quando risponde come se quella paura fosse sempre e soltanto ignoranza, razzismo, regressione morale. In mezzo resta il vuoto della politica: il luogo nel quale una questione reale viene consegnata alla sua caricatura.

Una democrazia liberale non può vivere senza confini. Può scegliere di renderli permeabili, regolati, umani, coerenti con il diritto internazionale e con i bisogni dell’economia, ma non può fingere che non esistano. Il confine non è necessariamente un muro: è la forma attraverso cui una comunità politica decide chi entra, a quali condizioni, con quali diritti, con quali doveri, dentro quale percorso di cittadinanza. Rimuoverlo culturalmente significa regalarlo a chi lo trasforma in feticcio. Michael Walzer aveva colto questo punto con nettezza: la distribuzione dell’appartenenza è una delle decisioni più delicate di una comunità democratica, perché da essa dipende la tenuta stessa della solidarietà interna.