L’apertura di un nuovo ristorante è uno dei momenti più delicati nella vita di un gruppo della ristorazione: quando cambiano il luogo, il pubblico, il mercato e le aspettative è sempre complesso riuscire a ricostruire l’identità profonda del progetto originario. Quello che non dovrebbe cambiare è il metodo, lo stile e lo spirito imprenditoriale. È probabilmente questo il vero patrimonio costruito dal patron Claudio Liu negli anni: un sistema capace di trasformare ogni nuovo progetto in un’estensione coerente dell’identità IYO, evitando il rischio, frequente nel settore, di inseguire semplicemente la replica fine a sé stessa e l’effetto novità. Liu è da sempre un riferimento milanese, e con la sua stella che brilla indiscussa sulla sua insegna ha portato la grande ristorazione giapponese in città con una caparbietà e un’integrità che ne hanno fatto da sempre un esempio da osservare, ammirare e tentare di replicare. Anche e soprattutto per la consistenza dei suoi numeri: IYO non è solo un posto dove si mangia benissimo e si è accolti in maniera perfetta, ma è un ristorante che macina coperti e che non si limita a essere un piccolo locale di tendenza. Un esempio difficilissimo però da rifare altrove, vista la maniacale attenzione ai dettagli che l’imprenditore è solito imprimere a tutti i suoi locali. Lo sanno bene i suoi dipendenti, che all’affermazione «Che meraviglia! Qui è davvero tutto perfetto, e siete aperti da pochi giorni» rispondono con un sorriso: «Non per Claudio: domani al suo arrivo troverà sicuramente qualcosa che non va». Una considerazione che fa comprendere meglio quanta dedizione e quanta puntigliosità ci sia in questo rigoroso professionista che ha fatto della sua attenzione al dettaglio uno stile di vita e di lavoro, e che in qualche modo è diventata la sua cifra stilistica.
Non è un esercizio di stile | Perché ci vorrebbero più Claudio Liu nella ristorazione italiana - Linkiesta.it
Ogni nuova apertura mette alla prova l’identità di un ristorante. Con IYO Poltu Quatu, quarta insegna del gruppo, l’imprenditore dimostra ancora una volta che crescere non significa replicarsi, ma adattarsi senza rinunciare a ciò che ha costruito in oltre vent’anni di lavoro







