Roma, 2 ago. (askanews) – In gergo si chiamano “choke points”, colli di bottiglia. Sono quegli stretti marittimi che, come si è visto, quando per qualche motivo vengono chiusi o ‘ristretti’ creano grandi problemi alla circolazione delle merci. La crisi di Ceuta offre l’occasione per parlare dello Stretto di Gibilterra, che dopo le crisi del Mar Rosso e di Hormuz è diventato ancora più importante. Di questo passaggio si parla sempre poco, ritenendolo “sicuro” e al riparo dalle tensioni geopolitiche. Ma gli interessi che sono entrati in gioco nel caso dell’exclave spagnola invitano a non dare nulla per scontato.
Gibilterra, largo circa 13 chilometri nel suo punto più stretto, è il punto di passaggio obbligato tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo, e uno dei colli di bottiglia più trafficati. Da qui ogni anno passano oltre 100 mila navi, fra traghetti, portacontainer mercantili, unità navali militari. Per organizzare la circolazione è in vigore una separazione del traffico su due ‘corsie’ a senso unico. Il controllo dei passaggi è condiviso fra le autorità che si affacciano sullo Stretto: Spagna, Marocco e Gibilterra, territorio d’Oltremare del Regno Unito. Che non sempre vanno d’accordo, anzi. Lo Stretto è infatti anche territorio di competizione, in particolare fra i porti di Algeciras (Spagna) e Tangeri (Marocco), i più importanti del Mediterraneo. Entrambi hanno visto un’esplosione dei traffici soprattutto negli ultimi mesi, dato che le difficoltà su Bab el Mandeb (Mar Rosso) e Hormuz hanno spinto molti armatori a riprogrammare le rotte. In questa contesa anche i migranti potrebbero essere usati come un’arma di pressione.









