Caro presidente Luca Zaia, le scriviamo dopo aver sperimentato negli anni quanto danno possa arrecare una legge che, intervenendo su temi fondanti, non rispetti i diritti umani fondamentali. Quelli definiti «inviolabili» dalla Costituzione e per cui, per dirla con Giuseppe Capograssi, «ogni uomo è uomo».

Con grande franchezza dissentiamo dalla posizione da lei assunta sul tema del fine vita. Non abbiamo dubbi circa la sua buona fede su questa frontiera, che vede situazioni di sofferenza, coinvolgenti legami affettivi e determinanti decisioni che a nessuno è dato di giudicare. E pensiamo sia proprio l’intenzione di porre fine a quella sofferenza la molla che la sollecita nel prodigarsi per legalizzare la procedura per il suicidio assistito. Peraltro, come le sarà noto, già l’ordinamento consente al paziente di rifiutare le cure (legge 219/2917), «diritto» cui evidentemente non deve seguire l’abbandono, bensì l’accesso alle cure palliative.

Perché allora accanirsi per l’accennata legalizzazione? Per seguire la via ideologica dei Radicali, protesi a dare veste normativa a plurime violazioni di diritti fondamentali (la vita), guarda caso dei fragili, con conseguenze devastanti già viste in altri settori e acclarate dai dati (aborto, droga, ecc.)? Per estendere il suicidio assistito ben oltre il varco dei malati terminali? Per condurre agli estremi esiti la cosiddetta «autodeterminazione» del soggetto, che decide ad libitum della propria vita fino al punto di sopprimerla?