Il Cervino è sempre capace di stupire. Nessuno però, in passato, avrebbe potuto immaginare le foto scattate dalla guida alpina Harry Lauber il 25 giugno, e che hanno poi fatto il giro del mondo.

Durante un temporale estivo, intorno ai 4.478 metri della vetta non si è scatenata una bufera di neve, ma sono scese alte cortine di pioggia. Più in basso, sulla parete Nord, si sono formate altissime cascate. Lo zero termico, la quota del rigelo notturno, era ancora più su. «Negli ultimi tre anni lo zero termico ha superato i 5.000 metri per tre giorni ogni estate. Il record rimane quello del 2023, quando l’isoterma zero è salita a quota 5.300» spiega Luca Nisi, meteorologo di MeteoSvizzera. Una volta, anche in estate, la parete Nord del Cervino era corazzata di neve e ghiaccio. La prima ascensione, compiuta nel 1931 dai bavaresi Toni e Franz Schmid, è stata compiuta a fine luglio. «Vederlo in queste condizioni fa impressione. In questi giorni sui ghiacciai piove anche a 3.500 metri, e traversarli diventa pericoloso» spiega Paolo Comune, guida alpina e responsabile del Soccorso Alpino valdostano. I PRECEDENTI Negli anni scorsi il caldo ha reso instabile il ghiacciaio di Planpincieux, sul Monte Bianco, minacciando alpeggi e alberghi in Val Ferret. Sulle Dolomiti, il 3 luglio 2022, il caldo estremo ha causato il crollo di un ramo del ghiacciaio della Marmolada, uccidendo 11 persone. Ma gli effetti del cambiamento climatico non riguardano solo gli alpinisti, che sui “quattromila” di Italia, Francia e Svizzera sono migliaia ogni anno. Oltre alla neve e al ghiaccio in superficie si sta sciogliendo il permafrost, il “ghiaccio profondo” che tiene insieme le montagne. Macigni e intere pareti franano, e i detriti possono raggiungere i paesi e le strade. La Fondazione Montagna Sicura, con sede a Courmayeur, rende noti dati impressionanti. «In trent’anni, la Valle d’Aosta è scesa da 188 a 110 chilometri quadrati di ghiacciai. Dal 2020 a oggi, il numero delle colate valdostane è passato da 182 a 172. Monitoriamo le situazioni delicate, oggi non vediamo pericoli, ma il problema è la siccità più a valle» spiega il segretario Jean-Pierre Fosson. Il Comitato Glaciologico Italiano, animato dal Cai e dal Cnr e presieduto dal professor Valter Maggi dell’Università di Brescia, segue dal 1895 il ritiro dei ghiacciai delle nostre Alpi. Una delle sezioni più cliccate del suo sito è la Global Glacier Casualty List, la “lista delle vittime” del caldo. Nell’elenco sono decine di piccoli ghiacciai delle Alpi orientali e delle Dolomiti. Il Calderone del Gran Sasso, unico ghiacciaio dell’Appennino, si è ufficialmente estinto da vent’anni. Dati drammatici arrivano dalla Provincia di Trento, che monitora il Pian di Neve dell’Adamello, i ghiacciai del Careser e de La Mare e le colate che scendono dal Cevedale, 3.769 metri, sul confine con la Lombardia e l’Alto Adige. In Svizzera, cuore dell’Europa del ghiaccio, si celebra (si fa per dire) ogni anno il Glacier Loss Day, il giorno in cui sulle Alpi smette di sciogliersi la neve dell’inverno precedente e inizia a trasformarsi in acqua il ghiaccio antico. In passato succedeva ad agosto, quest’anno è accaduto il 29 giugno. L’inverno 2025-26 è stato avaro di neve, poi è arrivato un maggio con un caldo da record, fino a 30° in pianura. «In questi giorni l’acqua rilasciata dai ghiacciai svizzeri è in grado di riempire una piscina olimpionica ogni sei secondi» spiega il glaciologo Mathias Huss del Wsl, l’Istituto Federale di Ricerca per le Foreste, la Neve e il Paesaggio. D’inverno la neve, anche se poca, rende difficile capire la riduzione dei ghiacciai. In estate, quando centinaia di migliaia di turisti salgono verso i più noti belvedere delle Alpi, la scomparsa dell’elemento bianco fa notizia. Da alcuni belvedere, dalla Punta Helbronner di Courmayeur fino al Gornergrat e all’Eggishorn in Svizzera, la riduzione si vede poco. Al Montenvers di Chamonix, al rifugio-albergo dei Forni in Valtellina e alla fine della strada del Grossglockner in Austria, il ghiaccio, che era a pochi metri, è diventato uno sfondo lontano. In Val Malenco e in altre zone, i glaciologi tracciano “sentieri della memoria”, con tabelle che indicano dove scendevano i ghiacciai in passato. Nella Conca Presena, sull’Adamello, i teli bianchi che coprono il ghiaccio tentano di rallentare la fusione a beneficio dello sci. Lo stesso, per salvaguardare il turismo nei tunnel all’interno del ghiacciaio, accade alle sorgenti del Rodano, in Svizzera. A Gletsch, poco più a valle, l’imponente Hotel Glacier du Rhône è sorto nel 1860 accanto a una stazione collegata con Berna, Ginevra e Milano. Dalle finestre, gli ospiti ammiravano la seraccata del ghiacciaio del Rodano. Oggi le vecchie foto ricordano quello spettacolo, ma di fronte all’albergo si alza una parete rocciosa percorsa da torrenti impetuosi. Il ghiaccio, qui, è un ricordo del passato.