di

Paolo Condò

Le giocate del difensore rimaste storiche. Al Milan e in Nazionale, nelle vittorie come nelle sconfitte

Era una fredda sera novembrina del 1989 al Bernabeu quando un Milan incerottato e ingrugnito per un campionato iniziato male (nono in classifica dopo 10 giornate) si giocava il resto della stagione al cospetto del Real Madrid. Partiva sì da una buona dote, il 2-0 della gara d’andata degli ottavi. Ma Sacchi non aveva Gullit, il capo guerra di certe notti, e il Milan gli si stava sfarinando tra le mani. In più il Real, che pochi mesi prima aveva perso 5-0 a San Siro, l’aspettava con brama di vendetta e l’intensità emotiva che soltanto il Bernabeu riesce a esprimere, e ci vogliono nervi molto saldi per reggerla.

Partì lancia in resta, e il Milan parve subito sul punto di venire travolto, come quei pugili già alle corde pochi secondi dopo il gong. Ma Franco Baresi ci mise due minuti a organizzare la linea difensiva, e da lì cominciò la più grande prestazione di un difensore che abbia mai ammirato dal vivo. Il Real aveva molto più sprint, ma i movimenti della linea chiamati da Franco lo mandarono 25 volte in fuorigioco. Il suo tempismo era una forma d’arte. Le bandiere merengue sembravano la spuma di un mare in tempesta, e Baresi quella sera vi si trovò come il capitano sul cassero a governare tra paurose mareggiate una ciurma irriducibile. Vinse il Real ma soltanto 1-0, gol di Butragueno, e il Milan uscì dal Bernabeu tutto intero, diretto verso la seconda coppa dei Campioni consecutiva del ciclo di Berlusconi.