Con le complicazioni in Iran i riflettori su Cuba si sono abbassati, ma la portaerei nucleare americana Nimitz si trova ancora in acque caraibiche. E i problemi sull’isola dovuti al vituperato “bloqueo” continuano a fiaccare la popolazione. Gli esperti indicano proprio la Isla Grande come il prossimo obiettivo militare di Donald Trump, perché a suo dire «Cuba è una minaccia». Non a caso di recente sono stati bloccati tre carichi di aiuti internazionali che trasportavano latte in polvere, respiratori polmonari, medicinali e altri beni di prima necessità. Mentre il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato nuove sanzioni contro il programma delle missioni mediche cubane all’estero, tra le principali fonti di valuta estera per l’Avana. Cuba è al collasso e i quattro congressisti democratici americani tornati dalla missione sull’isola hanno lanciato l’allarme. Si tratta di una “Gaza silenziosa” hanno detto. Una crisi ben peggiore rispetto al “Periodo especial”, la dura fase vissuta dai cubani dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La crisi umanitaria in corso è gravissima, i blackout sono continui, mancano i farmaci e la sanità, fiore all’occhiello dei castristi, è in seria difficoltà, senza parlare del turismo quasi azzerato. Cuba, nonostante i proclami del presidente Miguel Dìaz-Canel dopo anni di stasi e gli sforzi fatti per l’emergenza, sta letteralmente soffocando. Ma i cubani resistono, come racconta lo scrittore Miguel Barnet. I suoi occhi invecchiando sono diventati acquosi e limpidi, il passo lento ma il piglio è rimasto quello di un combattente: Barnet oggi ha 87 anni ed è considerato uno dei più importanti scrittori viventi dell’America Latina. È stato amico e confidente di Fidel Castro, etnologo, poeta e deputato dell’Assemblea Nazionale. Barnet continua a raccontare Cuba con la stessa intensità con cui ha scritto i suoi romanzi più celebri, come “Cimarrón - Autobiografia di uno schiavo”, uscito in Italia nel 1968 con la prefazione di Italo Calvino e “Canzone di Rachel”. Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione delle celebrazioni per Hans Werner Henze al Teatro dell’Opera, con le prime di due opere basate sui suoi libri.Com’è stato vedere sul palco “El Cimarrón”?«Molto toccante. Lo spettacolo racconta la storia di Estéban Montejo che ho conosciuto nel 1963, un ex schiavo cubano, lui aveva 103 anni e io 23. Il padre era nigeriano, la madre congolese, era nato schiavo, lavorava nelle piantagioni, e riuscì a scappare in collina, diventando un fuggiasco. Mi colpì la sua estrema lucidità e volli raccontare la sua storia per celebrare l’eredità straordinaria che quegli schiavi africani hanno lasciato a Cuba».Chi sono oggi gli schiavi?«Sono le persone sottomesse al capitalismo selvaggio. I domestici filippini nelle case degli europei e schiave sono le donne sottomesse al patriarcato. In America lo sono i latinos e i neri, che vengono rimandati brutalmente e illegalmente nei loro Paesi d’origine».Com’è stato l’arrivo della Rivoluzione?«Non è stato facile: perché una rivoluzione porta cose nobili, ma porta anche dolore. Perché con un cambiamento del genere si rompe con il passato. Ho sofferto tanto. Mio padre lavorava per un’azienda americana, io ero un borghese, educato per andare a vivere negli Stati Uniti. Tutti i miei familiari sono espatriati, io sono rimasto sull’isola perché amavo e amo Cuba immensamente».Lei l’ha abbracciata, la revolución.«Si perché era una rivoluzione nobile e umanista. E oggi è ancora più importante, in questo mondo in cui sta prevalendo un pensiero fascistoide e pericoloso».Non le fa effetto vedere i giovani cubani con le magliette della Nike, o Sandro Castro, uno dei nipoti, inneggiare al capitalismo?«Anche io porto scarpe comprate in Messico, siamo un Paese internazionalista, globalizzato. Non cambia nulla se io indosso dei jeans o bevo Coca-Cola. Quel Sandro non so proprio chi sia».Lei ha conosciuto il Castro originale.«Sì, ho parlato molto con il Comandante e sono stato suo amico. Ho viaggiato con lui. Era una persona molto riflessiva, parlava a voce bassa. Morì con la stessa idea che aveva avuto all’inizio della Rivoluzione: migliorare la condizione umana, salvare l’essere umano dalla barbarie, dall’incultura e dal capitalismo selvaggio».Aveva anticipato i nostri giorni.«Tutto quello che sta succedendo nel mondo lui lo aveva previsto. Diceva sempre che sarebbe emerso un nuovo fascismo e purtroppo un neofascismo è davvero emerso nel mondo, non solo in Europa ma anche in America Latina e ovunque. E questo neofascismo è il peggior danno che possa colpire la specie umana, perché porta discriminazione, assolutismo, egemonia, porta tutti quei mali che sono mali del capitalismo».Come lo ricorda?«Era prima di tutto un uomo di cultura. Ricordo quando arrivò a Cuba l’autore italiano (Valerio Massimo Manfredi, ndr) dei tre volumi sulla vita di Alessandro Magno. Mi convocarono nell’ufficio di Fidel e assistetti alla conversazione tra lui e quello scrittore. Fidel conosceva nei dettagli tutte le battaglie combattute da Alessandro e da Filippo il Macedone, suo padre. Sapeva tutto».I cubani sono cambiati?«Si sono cambiati, ad esempio in questi 67 anni i poveri hanno recuperato la loro dignità grazie all’istruzione, alla sanità pubblica, alla medicina e alla scienza. Chi l’avrebbe mai detto nel 1958? Ora però viviamo una disgrazia, solo perché siamo a 90 miglia dagli Stati Uniti».Cosa sta succedendo con l’embargo?«Tutti governi statunitensi sono stati crudeli con Cuba, e purtroppo oggi dire “embargo” è un eufemismo, perché si tratta di un blocco profondo, crudele, criminale, aggravato da Trump e dalle sue misure che strangolano il popolo cubano. Ci tolgono la possibilità di vivere normalmente, ci manca l’ossigeno, è un’asfissia».In molti accusano anche l’operato di Miguel Diaz-Canél.«A Miami quelli contrari alla rivoluzione dicono che è colpa dell’incompetenza del governo. No: è il “bloqueo”. Non dico che il governo sia perfetto: tutti i governi hanno difetti e commettono errori, ma questo blocco fa sì che ci manchi anche l’elettricità. Come può sopravvivere un Paese senza la luce?».Restare è resistere?«Sì, perché il popolo cubano è stoico. Noi sopravviviamo perché abbiamo coscienza della nostra identità profonda. È il pensiero che Fidel Castro ha seminato in noi: la forza, la fiducia nelle idee di solidarietà, per questo abbiamo aiutato il mondo intero, persino qui in Italia durante il Covid con i nostri medici».Il cantautore cubano Silvio Rodríguez ha detto che in caso di un attacco americano imbraccerebbe il suo fucile Akm, lei?«Io farò come “El Cimarrón”, a me per combattere basta un machete».Che ricordo ha della Baia dei Porci?«Ricordo quattro miei amici morti. Fu una grande sconfitta per gli americani, che poi hanno perso ovunque: in Corea, Vietnam, Afghanistan, hanno perso in Iraq, stanno perdendo in Iran e con Cuba perderanno. Noi non accetteremo nessun nuovo colonialismo nel nostro Paese. Moriremo, ma con dignità. Anche se in realtà non moriremo».Se potesse esprimere un desiderio per Cuba?«Che non rinunci mai ai propri principi etici e morali. È meglio soffrire la fame piuttosto che rinunciare ai propri valori».
Resto per resistere - L'intervista a Miguel Barnet
Amico di Fidel Castro, è l’autore di “Cimarrón. Biografia di uno schiavo fuggiasco”, simbolo della letteratura cubana. Ora che l’isola è al collasso, lo scritto






