Se la fine del comunismo prossima ventura veniva preannunciata ogni mattina nell’allora Blocco Sovietico dalle lunghe dolenti code per il pane e per il latte, a Cuba si direbbe che il giorno del giudizio sia incredibilmente vicino, roba di pochi giorni, poche ore. Chi non ha un parente espatriato, pronto a inviare rimesse fatte di riso e fagioli, non mangia. Chi ce l’ha non si ammali perché c’è da trovare la benzina per andare in ospedale e la cosa non è scontata. Se poi ci si arriva, all’ospedale, altro che sanità fiore all’occhiello del sistema. La popolazione invecchia, un quarto dei cubani ha oltre sessant’anni. È la generazione cresciuta nel mito del Che e di Fidel e che ora tira avanti a suon di stenti con sette dollari al mese. Non che i nipoti siano messi meglio, dacché uno stipendio medio è di 15, ma mai come per loro è il caso di dire che la Rivoluzione divora sempre i propri figli. Letteralmente: dal 2021 la popolazione di Cuba è calata del 10 percento. Sembrano cifre da carestia.
L’Onu ha fatto sapere di voler intensificare i suoi programmi, almeno per venire incontro alle esigenze dei più poveri, ma nessuno si fa grandi illusioni sul futuro. La Chiesa, l’unica istituzione che in qualche modo ha tenuto testa agli eventi, anch’essa fa quel che può, ma non può molto.






