L'€conomista
Paolo Bozzacchi
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Per oltre due anni l’inflazione è stata nemica dei consumatori, ma inattesa alleata di molte imprese. L’aumento dei prezzi ha consentito di trasferire buona parte dei rincari energetici e delle materie prime sui listini, preservando – e in alcuni casi ampliando – la redditività. Oggi lo scenario è cambiato. L’Istat descrive infatti una progressiva erosione dei margini di profitto, destinata a diventare uno dei principali temi economici del secondo semestre 2026.
Dopo il recupero del 2023, i margini delle imprese hanno iniziato una fase di contrazione proseguita anche nei primi mesi di quest’anno. La causa è semplice quanto insidiosa: i costi di produzione crescono più rapidamente dei prezzi praticati sul mercato. In altre parole, il cosiddetto pricing power si sta esaurendo. Tra il primo trimestre 2019 e il primo trimestre 2026 i prezzi di vendita sono aumentati del 18,4%, mentre i costi degli input produttivi sono cresciuti del 17,7%. Dalla metà del 2022 il costo del lavoro è salito del 12,9%. Un equilibrio solo apparente: dopo aver recuperato redditività nel biennio successivo allo shock energetico, oggi le imprese assorbono una quota crescente degli aumenti senza riuscire a riversarla integralmente sui clienti.









