Roma – La prima spia rossa si è accesa sui salari. Dopo dieci trimestri nei quali le retribuzioni contrattuali avevano corso più dei prezzi, nel secondo trimestre del 2026 il rapporto si è rovesciato: gli aumenti si sono fermati al 2,5 per cento, contro un’inflazione al 3. Differenziale contenuto ma politicamente pesante: interrompe il recupero del potere d’acquisto eroso nel 2022-2023 e arriva mentre la crescita italiana torna a sfiorare la linea dello zero.
Spesa al supermercato - Crediti iStock Photo
L’Istat pubblica il 30 luglio la stima preliminare del Pil del secondo trimestre. Il consenso raccolto da Bloomberg indica appena +0,1 per cento rispetto ai primi tre mesi, quando l’economia era cresciuta dello 0,3, e +0,7 su base annua. Sarebbe un risultato in linea con la Germania, sotto la media dell’Eurozona, attesa a +0,2, e lontanissimo dal +0,6 della Spagna. La Banca d’Italia ha appena descritto consumi e investimenti in rallentamento e stima per il 2026 una crescita tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento, frenata dal rincaro dell’energia e dall’incertezza geopolitica.
Secondo Bloomberg la crescita è del +0,1% in calo di 0,6 punti su base annua
I dati sul fatturato raccontano la stessa economia a due velocità. A maggio l’industria ha guadagnato lo 0,6 per cento in valore e lo 0,3 in volume sul mese precedente; su base annua l’aumento è del 5,3 per cento, ma si riduce all’1,5 depurandolo dall’effetto dei prezzi. Nei servizi il progresso tendenziale passa dal 3,9 per cento nominale all’1 per cento reale. Ancora più eloquente il trimestre marzo-maggio: il fatturato industriale sale del 2,3 per cento in valore, ma scende dello 0,7 in volume. La spinta viene soprattutto dai mercati esteri, mentre la domanda interna resta debole. È su questo crinale – salari che perdono terreno, produzione senza slancio e Pil quasi fermo – che imprese e sindacati tentano di riaprire il cantiere delle relazioni industriali.













