Dopo dieci trimestri consecutivi in cui le retribuzioni erano cresciute più dell’inflazione, nel secondo trimestre del 2026 si è registrata un’inversione di tendenza. Gli stipendi tornano così a perdere potere d’acquisto. Intanto circa quattro milioni di lavoratori attendono ancora il rinnovo del contratto nazionale. È il quadro che emerge dai dati diffusi dall’Istat sulle retribuzioni contrattuali, quelle cioè previste dai contratti collettivi nazionali.
Nel secondo trimestre 2026 la crescita tendenziale media delle retribuzioni contrattuali per il settore privato è risultata del 2,3%, in rallentamento rispetto al trimestre precedente. Nel periodo gennaio – giugno la retribuzione oraria media è cresciuta del 2,6% rispetto allo stesso periodo 2025, mentre l’inflazione si è attestata al 3%. A giugno l’indice delle retribuzioni orarie è cresciuto dello 0,5% sul mese precedente e del 2,4% su base annua: +2,4% nel privato e +2,3% nella pubblica amministrazione. Un duro colpo per il governo Meloni che rivendica gli sforzi su questo fronte: la presidente del Consiglio a metà maggio, durante il premier time al Senato, aveva detto per esempio che “dopo anni in cui il potere d’acquisto diminuiva, la tendenza si sta invertendo, si è invertita”. “Ora si torna alla dura realtà e al fatto che gli stipendi non sono mai stati adeguati al costo della vita”, ha dichiarato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori.










