D’accordo, ammettiamolo, la scelta di Matteo Lepore, sindaco di Bologna, di indire una manifestazione a poche ore dalla morte nelle mani della polizia di Abderrahim Fakir è stata intempestiva, affrettata fino all’azzardo. È sembrata il frutto di un’urgenza nell’assoluta indeterminatezza su quanto fosse successo. Ha finito per sacrificare ogni valutazione prudenziale sul significato del messaggio che avrebbe dovuto lanciare. E di una riflessione: ossia se del disagio, anche psichico, debba occuparsi la polizia. Se debba essere trattato come una forma di devianza. Da reprimere. Come sembra suggerire una politica che continua a depotenziare i servizi di salute mentale. Quello di Lepore, bersaglio di ignobili minacce, è apparso un modo di procedere speculare a quello di chi pretende di governare inseguendo gli umori della propria piazza, sperando di lucrare sul capitale degli scontenti. Sfuggendo alle proprie responsabilità. Proprio per questo non dovrebbe replicarlo chi governa le città nei partiti che a Roma stanno all’opposizione. Perché anche così si marca una differenza di idee e di metodo. E ci si affranca dalle inconcludenti filastrocche recriminatorie che la sinistra pretende di spacciare per un programma che non ha. Ancora. Ovvio che Lepore non è corresponsabile della guerriglia scatenatasi a margine di un sit-in pacifico. Ma provare a tirarlo dentro, chiedendone le dimissioni, rientra perfettamente nel copione di certa destra in orbace. Affetta da uno strabismo congenito quando c’è da condannare la violenza. Intenta, con il pretesto della difesa delle divise, a farsene scudo. Vecchia tentazione quella di annettersi gli apparati. Le indagini, non i tribunali mediatici, stabiliscono se Abderrahim Fakir è morto per la polizia, come George Floyd. Se le pratiche di contenzione siano concausa di un decesso determinato da altre ragioni di sofferenza. Se vi sia stata una catena di errori o nessuno. Quali che siano l’esito e le responsabilità individuali – poiché di sicuro è andato in agonia nelle mani della polizia con i sanitari, non dottori, fin lì a fare da spettatori – ci si deve interrogare sulle modalità con cui si affida la gestione di situazioni delicatissime, anche dal punto di vista medico, ad agenti, addestratisi in pochi mesi di corso e spediti in fretta nelle prime linee.Per formare uno psichiatra servono 10 anni, per un agente 10 mesi. E il disagio è una questione sanitaria e non di ordine pubblico. Più semplice affidarsi a strumenti coercitivi di pronto uso: spray al peperoncino, taser, fascette, oltre che a manovre al limite. Mezzi al passo con i tempi di altri Paesi. Non tutti un esempio per una polizia faticosamente affrancatasi dalle scorie nostalgiche di un passato che in molti vorrebbero rinverdire. Servirebbe ragionare su quel che sono diventate le nostre forze dell’ordine sulla spinta di una deriva securitaria. I decreti si moltiplicano, i risultati latitano. L'ultimo provvedimento estemporaneo interviene sulla giustizia minorile, da sempre uno dei punti più avanzati del nostro ordinamento. Che il ministro Nordio affronta disinvoltamente a colpi di commi.Nulla di questo nella contesa tutta elettorale tra una destra alla quale torna utile ogni violenza di sedicenti attivisti e una sinistra che dovrebbe, per esempio, soffermarsi su un dato, liquidato come nota a margine. A quel sit-in c’era anche il Silp che è un sindacato di polizia. E che ha offerto un barlume di ragione in mezzo al caos. Racconta, in definitiva, che anche gli agenti sono vittime di un sistema che illudendoli, li manda al massacro. Fisico, giudiziario e reputazionale. Nel disagio che dilaga. E che è anche il loro.