Un trekking lungo il circuito del Manaslu, una delle vette nepalesi sopra gli ottomila metri, poche settimane dopo le rivolte della generazione Z a Kathmandu. Il diario di dieci giorni sull’Himalaya
“Scolpiremo una nuova storia proprio con quella pietra”, dice una ragazza con la bandiera del Nepal sulle spalle, indicando la stupa di Bhoudhanath, il più grande monumento religioso del paese. Dietro di lei c’è uno striscione con 44 volti. “Per loro ci sarà giustizia solo quando il paese romperà le catene che lo opprimono da generazioni! Solo allora il loro onore sarà compiuto e solo allora il Nepal conoscerà un vero cambiamento e lo sviluppo!”, continua la ragazza. A terra ci sono candele accese e bandiere fatte di gulal, la polvere colorata usata nelle cerimonie nepalesi.
Tre settimane prima, l’8 e il 9 settembre 2025, migliaia di giovani nepalesi sono scesi in strada a Kathmandu e nelle altre città del paese. Le “proteste della generazione Z” sono state alimentate da ferite antiche: il nepotismo, la corruzione e la cattiva amministrazione del paese. Le immagini del parlamento in fiamme, ma anche i video dei giovani che pochi giorni dopo ripulivano le strade, hanno fatto il giro del mondo.











