La tragica scomparsa del recordman degli Ottomila Nirmal Purja, più noto come ‘Nims Dai’, travolto da una valanga sul Broad Peck himalyano, segna tristemente l’estate del funerale dell’alpinismo. Dopo aver vinto per primo il K2 in invernale e aver realizzato la quasi incredibile concatenazione di tutte le 14 cime più alte del mondo in 6 mesi e 6 giorni, lo scalatore numero uno al mondo si accingeva a tentare la ripetizione integrale delle salite agli Ottomila in ‘stile alpino puro’, ovvero senza le bombole d’ossigeno e con un più limitato uso delle risorse logistiche delle spedizioni commerciali, in primis elicotteri e sherpa per preparare con corde fisse e tracciare le vie.
Questo ‘stile alpino’ non è più ovviamente quello di un Reinhold Messner, che per motivi etici rifiutava anche l’ausilio di prodotti farmaceutici e le comunicazioni, ma il nuovo campione anglo-nepalese si era aggrappato all’idea di una sfida più ‘pura’ volendo comunque riprendere le distanze dall’inseguitrice norvegese Kristin Harila, la nuova recordman che è riuscita nell’impresa di concatenare tutte le cime più alte in 92 giorni appena. Senza nulla voler togliere alla straordinarietà dei personaggi, per onor di cronaca va aggiunto che ‘Nims Dai’ e Kristin hanno anche subito ogni genere di accuse di slealtà sportiva ‘dai leoni da tastiera’, e non solo: lo sherpa purtroppo è stato persino denunciato per aver molestato due clienti. Della straordinaria ex sciatrice di fondo si è detto addirittura che avrebbe lasciato morire nel ‘collo di bottiglia’ del K2 una guida che non faceva parte della sua spedizione, pur di arrivare in cima, e che si sarebbe fatta allestire in almeno un caso corde fisse da sherpa in elicottero (operazione che peraltro garantisce ai ‘portatori’ maggiore sicurezza, sic).










