Un legume di casa, coltivato da pochi e capace di raccontare l’agricoltura contadina della Puglia: dal baccello verde all’insalata di luglio, fino al seme messo da parte per l’anno successivo, i fagiolini dall’occhio non hanno bisogno di grandi presentazioni per farsi riconoscere. È sufficiente un gesto, lo “sgusciamento”, le mani che aprono i baccelli nelle ore più fresche del pomeriggio, all’ombra di un muro o di un albero, mentre la cesta si riempie piano e i semi migliori vengono messi da parte per la semina dell’anno dopo. Un lavoro semplice, ripetuto ogni estate, che per generazioni ha fatto parte della normale vita di campagna. Il nome arriva da una piccola macchia scura sul seme, che ricorda un occhio.

Appartengono alla specie “Vigna unguiculata” e hanno una caratteristica che li ha resi preziosi negli orti familiari: si possono consumare in due modi. Come ortaggio, quando il baccello è ancora verde e tenero, oppure come legume, una volta sgusciati i semi. Durante l’estate si raccoglievano i baccelli più giovani per il fresco, mentre quelli lasciati maturare venivano aperti per recuperare i fagioli, destinati alla cucina o all’essiccazione per l’inverno. Una sola coltura, due dispense. C’è poi una ragione agronomica che spiega la loro lunga presenza tra Bari, la Murgia e il Salento: il fagiolino dall’occhio sopporta bene il caldo e richiede meno acqua rispetto ad altre colture. Qualità che oggi, in un momento in cui la questione idrica è tornata al centro del dibattito agricolo, stanno riportando l’attenzione su questa specie anche in un’ottica di sostenibilità. Eppure, tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali pugliesi, resta uno dei più discreti.