Ha cambiato il modo di difendere, ha dato un nuovo significato al numero 6, è stato tra i primi calciatori italiani a diventare protagonista di un videogioco e perfino il cinema lo ha trasformato in un simbolo. L’eredità di Franco Baresi va ben oltre il Milan e i trofei vintiHa cambiato il modo di difendere, ha dato un nuovo significato al numero 6, è stato tra i primi calciatori italiani a diventare protagonista di un videogioco e perfino il cinema lo ha trasformato in un simbolo. L’eredità di Franco Baresi va ben oltre il Milan e i trofei vintiNon è facile parlare della morte di quello che è stato il capitano di una squadra che è stata ribattezzata “gli immortali”. Prima di diventare un monumento del Milan e poi un dirigente, un nome scolpito nella Hall of Fame del calcio italiano, Franco Baresi era già qualcosa di più raro: un calciatore capace di uscire dal campo e di entrare nell’immaginario collettivo. Non è successo in una notte, né per effetto di una delle sue tantissime vittorie. È stato un percorso costruito nell’arco di quasi vent’anni, durante i quali quello che per alcuni è ancora “il capitano” rossonero è diventato un punto di riferimento tecnico, culturale e persino popolare.La rivoluzione che ha cambiato il ruolo del difensoreLa prima eredità di Baresi è anche quella meno visibile, perché ormai viene data per scontata. Quando debutta nel Milan, il libero è ancora l’ultimo uomo, quello che spazza l’area e rimedia agli errori dei compagni. Con Arrigo Sacchi il calcio cambia velocità e Baresi diventa il regista della fase difensiva.È lui a guidare la linea, a decidere i tempi del fuorigioco, a coordinare il pressing. Il suo braccio alzato diventa la sicurezza di tutti i milanisti del mondo: se Baresi ha chiamato il fuorigioco, siamo salvi. La sua grandezza non risiede soltanto negli interventi difensivi, ma nella capacità di leggere il gioco con qualche secondo di anticipo rispetto agli altri. Dote propria dei grandissimi. Baresi non rincorreva gli attaccanti, li portava a giocare dove voleva lui.Il Milan di Sacchi diventa un laboratorio osservato in tutta Europa e Baresi ne è il punto di riferimento. Molti dei principi difensivi adottati oggi dai migliori allenatori del mondo oggi discendono, direttamente o indirettamente, da quella rivoluzione.Quando il numero 6 diventa un’identitàNel 1997 il Milan decide di ritirare la maglia numero 6. Una scelta che Berlusconi si inventò come un colpo teatrale, ma resta ancora oggi una delle scelte migliori. È successo anche più avanti con Maldini e oggi è quasi la consuetudine per quelle che vengono definite “bandiere”. Lui è stata la prima. Da quel momento il 6 smise di essere soltanto un numero, diventando Franco Baresi.In quegli anni al difensore rossonero inizia ad accadere qualcosa di ancora più raro: anche il cognome diventa un modo per descrivere un ruolo. Per anni, nei campetti e nelle scuole calcio, il difensore più bravo viene chiamato semplicemente “Baresi”. Come accadeva con “Maradona” per il fantasista o con “Zoff” per il portiere, il nome supera la persona e diventa un archetipo.Tra i primi calciatori italiani a diventare un personaggio dei videogiochiMolto prima di FIFA, Ultimate Team e delle carte Icon, Baresi fu tra i primi a trovare posto nel mondo dei videogiochi. Nel 1990 viene pubblicato Franco Baresi World Cup Kick Off, versione italiana del celebre Kick Off. Per l’epoca è un’operazione pionieristica: il nome del calciatore compare direttamente nel titolo del gioco, segno che è ormai riconoscibile come un vero e proprio marchio. Un filo che arriva fino ai giorni nostri. Oggi Baresi continua a essere presente nelle modalità Legends e Icons di EA Sports FC ed eFootball, facendo conoscere la sua carriera anche a chi non lo ha mai visto giocare.Il volto del professionista perfettoNegli anni Ottanta e Novanta Baresi diventa anche uno dei testimonial più richiesti. Partecipa a campagne pubblicitarie per Adidas, Gatorade e per numerosi sponsor legati al Milan. Più avanti arriveranno anche collaborazioni con PlayStation. È significativo il modo in cui viene raccontato. Non è il campione ribelle o il personaggio istrionico. Le aziende lo scelgono perché incarna affidabilità, equilibrio e leadership. In un calcio che inizia a trasformarsi in spettacolo televisivo, Baresi continua a rappresentare l’autorevolezza.La consacrazione nella cultura popLa prova definitiva che Baresi abbia superato i confini del calcio arriva dal cinema. Nel film Tifosi di Neri Parenti, Massimo Boldi interpreta un tassista milanista disposto a tutto pur di avere il suo idolo come cliente. Quando vede Franco Baresi fermo sul marciapiede, arriva perfino a scaricare un’anziana passeggera per far salire il capitano del Milan sul proprio taxi, prendendola a pugni. La scena è diventata una delle più ricordate del film e ed e iconica perché spiega quanto tutti sappiano chi sia Franco Baresi. La sua sola presenza basta a rendere credibile l’assurdità della gag.Le lacrime di PasadenaEsiste però un’immagine che racconta Baresi meglio di qualsiasi trofeo ed è quella probabilmente più dolorosa della sua carriera: 17 luglio 1994, finale del Mondiale contro il Brasile. Poco meno di un mese prima si era lesionato il menisco contro la Norvegia. Viene operato e recupera in appena venticinque giorni, un tempo che all’epoca sembrava quasi impossibile, pur di giocare la finale. Dopo 120 minuti senza reti si arriva ai rigori. Il primo italiano a presentarsi sul dischetto è proprio lui.Il pallone finisce alto. Quando Roberto Baggio sbaglia l’ultimo rigore, le telecamere cercano immediatamente il capitano azzurro. Le immagini di Baresi in lacrime fanno il giro del mondo e diventano una delle fotografie simbolo della storia dei Mondiali. È una scena che, paradossalmente, contribuisce ad accrescere ancora di più la sua statura. Per la prima volta il difensore che sembrava infallibile mostra tutta la propria fragilità, restituendogli quella vulnerabilità dei semi-dei che lo ha avvicinato ancora di più alle persone.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp