La Fifa dovrebbe avere un’ambizione piuttosto semplice. Fare poche cose, farle bene. Organizzare il Mondiale, governare il calcio, redistribuire parte delle risorse che quello stesso calcio produce. È più difficile di quanto sembri. Mies van der Rohe ha cambiato il design del Novecento seguendo «less is more» come stella polare. Anche le istituzioni dovrebbero coltivare la stessa aspriazione. È un equilibrio che a lungo ha dato legittimità alla Fifa: se il calcio produceva valore, la Fifa si limitava ad amministrarlo. Certo, la trasparenza è stata spesso una chimera, come dimostrano le stagioni di João Havelange e Sepp Blatter. Ma siccome l’età dell’ingenuità è finita da un po’, Gianni Infantino si è stufato e ha deciso di stracciare anche l’apparenza.

Con Fifa Forward Enterprises, Infantino ha proposto di separare il cuore commerciale della federazione dal resto dell’organizzazione, trasferendo diritti televisivi, sponsorizzazioni, ticketing e licenze del Mondiale e delle altre principali competizioni in una nuova società, di cui la Fifa manterrebbe il controllo, aprendone però una quota a investitori privati. Promette miliardi di dollari, subito disponibili, da redistribuire alle 211 federazioni affiliate. Infantino ne parla entusiasta come del modo più efficiente per estrarre valore dal calcio e reinvestirlo nel suo stesso sviluppo.