Non è stato un Mondiale, è stato uno scisma. Il calcio si è spaccato in due come la Chiesa nel Trecento. Da un lato, c’è il modello voluto dalla Fifa che tende al baraccone da fiera, a un abominevole pronismo verso la politica, all’eversione del regolamento, all’irrilevanza dei valori sportivi che potrà soltanto accentuarsi con il raddoppio, per ora ufficioso, delle nazioni qualificate in otto anni: 32 nel 2022, 48 nel 2026, 64 nel 2030 quando il torneo si giocherà in Marocco, Portogallo e nella Spagna campione in carica.È la Fifa di Gianni Infantino o, per azzardare una battuta al livello tecnico di questo Mondiale, di InfantOnu dopo che Donald J. Trump, l’uomo che sussurra agli arbitri, ha candidato il calabro-svizzero alla guida delle Nazioni Unite.Non che l’Uefa sia mai stata una fucina di rivoluzionari. Ma la federazione europea guidata dall’avvocato sloveno Aleksander Čeferin, è l’unica che ha i mezzi per contrastare una deriva dove è possibile espellere i direttori di gara somali, rendere infernale la vita dei calciatori iraniani, annullare una squalifica per decreto presidenziale orale, travestire da hydration break i nuovi varchi creati per gli intermezzi pubblicitari ad maiorem gloriam dei brand e degli organizzatori, che vantano 15 miliardi di dollari di ricavi. Ancora più che l’Uefa è la realtà del campo a ostacolare la fuga in avanti, anche o forse soprattutto dal punto di vista economico.Il Mondiale 2026 ha visto tre semifinaliste europee su quattro. Dall’ultima vittoria dell’Italia, a Berlino nel 2006, cinque titoli su sei sono andati a nazioni europee. Delle ultime ventiquattro semifinaliste diciotto sono iscritte all’Uefa, cinque sono sudamericane, una è africana ed è il Marocco che quest’anno ha schierato una squadra in cui diciannove dei ventisei convocati sono nati in Europa. Se il Mondiale si giocasse in base al ranking della Fifa, con la classifica attuale bisognerebbe ammettere venticinque europee su quarantotto.Le principali leghe di calcio del mondo sono in Europa. La manifestazione internazionale per club più ricca, e più combattuta, del mondo è la Champions league con ricavi commerciali di 4,4 miliardi di euro previsti per la stagione 2026-2027. A valori costanti, significa 17,6 miliardi nel quadriennio, una cifra superiore alla resa dell’ultimo Mondiale da record, con poco più del 50 per cento dell’incasso che finisce ai club in base ai risultati sul campo. Dal 2018 l’Uefa organizza anche un torneo biennale per i 55 membri iscritti. È la Nations league, divisa in quattro fasce di merito con promozioni e retrocessioni. Vista all’inizio come un ingorgo in più in un calendario agonistico già intasato, la Nations sta acquisendo seguito e l’Uefa prevede di raggiungere l’obiettivo dei 3 miliardi di ricavi entro i prossimi due anni senza togliere spazio al campionato continentale che si gioca dal 1960, cioè trent’anni dopo la prima edizione del Mondiale. Per l’edizione 2028 l’Europeo sarà ospitato da Gran Bretagna e Irlanda con 24 partecipanti, dopo l’allargamento da sedici che ha debuttato nel 2016.Per contro, il tentativo della Fifa di sfondare sul mercato statunitense già occupato da quattro leghe di baseball, football, basket e hockey su ghiaccio è fallito. Nonostante gli investimenti e l’aumento dei praticanti, la Mls (Major soccer league) è una copia in Photoshop di quanto già visto mezzo secolo fa con i Cosmos di New York. Il campionato Usa rimane una casa di riposo per fenomeni in età, incluso Leo Messi che gioca nel Club Internacionál de Fútbol Miami o Inter Miami. La denominazione in spagnolo è già significativa di quale sia l’obiettivo in termini di consumatori. I proprietari sono l’ex stella del Manchester United, l’inglese David Beckham, e il miliardario di origine cubana Jorge Mas che insieme al figlio José controlla anche il Real Saragozza in Spagna, retrocesso in terza serie.Quanto resti centrale l’Europa lo mostra la serie A italiana, dove affluiscono capitali stranieri per lo più con targa Usa senza che ci si facciano eccessive domande sulla provenienza del denaro. Quest’anno diciassette squadre su venti sono partecipate o controllate da capitali stranieri. Nella Premier league, il campionato di riferimento con circa 10 miliardi di euro di ricavi a stagione, i club in mano inglese sono rimasti in quattro e sta tenendo banco il possibile sbarco di Jeff Bezos di Amazon nel capitale del Liverpool insieme al miliardario indiano Lakshmi Mittal.Un altro elemento distintivo di questo Mondiale è la crisi del calcio sudamericano. L’Argentina, trascinata in finale di peso da Messi, ha nascosto le difficoltà fútbol o futebol latino che ha vinto dieci edizioni del massimo torneo Fifa sulle ventitré disputate. Cinque sono nella bacheca del Brasile. Dopo avere spezzato le reni ad Haiti e alla Scozia e avere ribaltato i sedicesimi contro i giapponesi al 96°, i giocatori guidati da Carlo Ancelotti sono stati eliminati dalla Norvegia. Il resto è stato un disastro. Ecuador fuori ai sedicesimi. Colombia e Paraguay agli ottavi. L’Uruguay bicampione non ha superato il primo turno.Per anni Brasile e Argentina sono stati i principali esportatori di calciatori verso i campionati europei, e non solo, a ogni livello di categoria. Secondo alcuni, per esempio il madrileno Jesús Fernández-Villaverde, docente di economia alla Pennsylvania university, il declino dell’America latina è dovuto alla denatalità, con il Brasile passato da sei figli in media di sessant’anni fa a 1,55 di oggi e l’Argentina a 1,25. Queste cifre spiegherebbero il tracollo dell’Italia (1,14 figli in media) ma non i successi di Spagna (1,13) e Francia (1,62). Forse la spiegazione è più semplice del declino è nella corsa esasperata ai ricavi, nella tatticizzazione del gioco e nella fine del calcio come forma di divertimento in ogni luogo possibile, dalla strada al salotto con la cristalliera. Il resto è fatturato