Per la moda, la fine di luglio non segna solo l’inizio delle vacanze estive: è sinonimo di bilanci. I colossi del lusso hanno appena presentato i risultati del secondo trimestre del 2026 e i segnali puntano tutti a una prima, timida ripresa del settore. Lunedì scorso Lvmh ha riportato una crescita organica dell’uno per cento: pur non rilasciando i dati dei diversi brand, il gruppo ha sottolineato la buona performance di Dior, grazie all’arrivo nei negozi dei primi pezzi disegnati da Jonathan Anderson (la cfo Cécile Cabanis ha parlato di una crescita a doppia cifra negli Stati Uniti). Situazione analoga martedì da Kering, che ha registrato lo stesso più uno per cento, sottolineando come Gucci sia calato “solo” del 2 per cento, contro il 5 delle aspettative: per l’ad Luca De Meo è il segno che il marchio è vicino a invertire la tendenza negativa degli ultimi anni.

Cifre a parte, a rafforzare l’idea che il lusso sia di nuovo in ripresa è anche il recente The state of fashion, periodico studio realizzato da McKinsey & Company assieme alla piattaforma Business of Fashion, e dedicato a Stati Uniti e Cina, i due mercati più importanti per la moda (valgono rispettivamente 130 e 60 miliardi di dollari). «Si sta tornando a una crescita graduale», conferma Gemma D’Auria, senior partner e co-responsabile globale del settore apparel, fashion e luxury di McKinsey. «Prevediamo un’espansione annua globale tra il 4 e il 6 per cento fino al 2030. Ma più che un’inversione di tendenza, è l’ingresso in una “nuova normalità”, con rialzi più misurati».