Nelle commissioni della Camera e del Senato si sta discutendo un provvedimento del governo per permettere alla polizia di usare i sistemi tecnologici di riconoscimento facciale dopo che viene commesso un reato, ma anche di ottenere dati biometrici in tempo reale nelle strade e nelle piazze, durante manifestazioni e cortei. Se ne sta discutendo soprattutto per i rischi legati a come questi strumenti vengono utilizzati, dato che senza regole e limitazioni diventano estremamente invasivi per la privacy delle persone.

Il riconoscimento facciale non funziona semplicemente confrontando due fotografie. Questa tecnologia sfrutta software che analizzano l’immagine di un volto e la traducono in una serie di numeri, che variano in base a caratteristiche fisiche come la distanza tra gli occhi, la forma della mandibola, la posizione degli zigomi e così via. Quella sequenza di numeri viene poi confrontata con altre sequenze già archiviate.

Il sistema non riconosce nessuno, ma calcola quanto due facce si assomigliano e restituisce un elenco di candidati con una percentuale di somiglianza. Più l’archivio di partenza delle immagini è grande e più la sorveglianza è estesa. Finora tutti i tentativi di installare sistemi di riconoscimento facciale nelle città italiane sono stati bloccati dal Garante della privacy, che ha segnalato più volte i rischi legati all’incertezza su come vengono raccolti, custoditi e usati i dati delle persone.