Al terzo giorno di tregua, dopo che Donald Trump aveva assicurato che c'erano «buone interlocuzioni» con Teheran, a sorpresa sono partiti missili iraniani diretti alle basi Usa in Giordania, tutti intercettati senza che danni significativi. Colpite anche tre petroliere che attraversavano lo Stretto di Hormuz lungo una rotta ritenuta non autorizzata. Poco dopo è arrivata la risposta degli Stati Uniti che hanno lanciato, per la prima volta insieme all’Arabia Saudita, azioni coordinate contro milizie sostenute dall’Iran in Iraq, presentandole come rappresaglia all’attacco missilistico e alla precedente ondata di droni contro impianti petroliferi di Riad, attribuiti a gruppi filo-iraniani. È una nuova, pericolosa fiammata del conflitto, che ora rischia di allargarsi ulteriormente nella regione, dopo che ormai il memorandum Usa-Iran sembra diventato carta straccia.Con il presidente americano che promette ora «di colpire con forza» Teheran, i proxy iraniani che minacciano vendetta e l'Iraq che rischia di essere coinvolto nella guerra, insieme all’Arabia Saudita. E con Mosca e Pechino sempre più attivi dietro le quinte nel sostenere in vari modi la Repubblica islamica, che dovrebbe ricevere entro poche settimane la prima fornitura di un massimo di 400 lanciamissili antiaerei portatili di fabbricazione cinese per rafforzare le proprie difese aeree. Senza contare le schegge imprevedibili, come il drone di provenienza per ora ignota che ha colpito nel terminal di gnl egiziano di Damietta un impianto off shore di proprietà statunitense, della Energos Winter, provocando un incendio che si è poi propagato a un’altra imbarcazione, la Gaslog Salem, senza causare feriti. Difficile capire perché gli ayatollah abbiano deciso di far saltare il tavolo dei negoziati gonfiando i muscoli, forse un tentativo di mostrare che il commander in chief non può piegare il regime o di allargare un conflitto che tutti i Paesi del Golfo vorrebbero cessasse. I Pasdaran hanno rivendicato il lancio di diversi missili balistici contro installazioni militari statunitensi in Giordania. L’esercito di Amman ha dichiarato di averne abbattuti cinque. Immediata la risposta Usa, ma la novità è che Riad si è unita ufficilamente per la prima volta ai raid americani in Iraq, dove sono stati uccisi 20 militanti di gruppi sciiti pro Teheran, di cui cinque consiglieri militari iraniani, e ne sono rimasti feriti altri 32. Una potente coalizione di formazioni armate filo-iraniane ha avvertito che la sua risposta «è inevitabile e potrebbe colpire i suoi asset in Arabia Saudita». Così Riad, che per cinque mesi ha cercato di evitare di essere trascinata in un conflitto regionale, ora sembra stretta in una morsa, costretta a difendersi su tre fronti: l’Iran, i suoi alleati in Iraq e nello Yemen. Rischia di finire nel frullatore della guerra anche Baghdad. Il governo iracheno ha convocato una riunione d’emergenza, invitando tutte le parti a evitare un’ulteriore escalation e ribadendo la volontà di mantenere il Paese fuori dai conflitti regionali, mentre la presidenza irachena ha definito gli attacchi «una flagrante violazione della sovranità nazionale», pur chiedendo anche la fine dei raid delle milizie contro i Paesi vicini. Ma Trump ha sostenuto che l’operazione era stata coordinata con il governo di Baghdad. Cresce la tensione anche nel Mar Rosso, dove i ribelli Houthi, alleati dell’Iran, dopo aver annunciato il blocco delle esportazioni petrolifere saudite, starebbero valutando l'introduzione di tariffe per le navi commerciali che attraversano l’area. Intanto Teheran ha respinto come "irragionevole» la proposta dell’Oman che, sostenuto dagli altri Paesi del Golfo, suggeriva una gestione congiunta dello Stretto di Hormuz con un sistema di tariffe volontarie. In questa nuova escalation il prezzo del petrolio è balzato di oltre il 7% (il Brent ha superato i 90 dollari al barile), cancellando il calo registrato nei giorni precedenti dopo la sospensione dei bombardamenti decisa da Trump.