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Il raid a sorpresa compiuto dall'Iran contro basi Usa in Giordania e la risposta congiunta di Washington e Riad contro le milizie filoiraniane in Iraq hanno messo la parola fine alla breve tregua che da sabato scorso faceva sperare in una svolta nel conflitto. L'esercito statunitense ha annunciato di aver intercettato missili iraniani e ha poi lanciato un attacco congiunto con l'Arabia Saudita contro le milizie filo-iraniane in Iraq, provocando "numerose vittime" e un nuovo aumento dei prezzi del petrolio. Una rinnovata escalation di violenza proprio mentre Donald Trump e Benjamin Netanyahu si incontravano a Washington per la prima volta dall'inizio della guerra, il 28 febbraio. "Aerei da guerra statunitensi e sauditi hanno colpito diversi siti logistici e di armi terroristici nell'Iraq orientale", ha scritto il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), avvertendo l'Iran e i suoi alleati di cessare gli attacchi per non subire ulteriori ritorsioni statunitensi. Il ministero della Difesa saudita ha confermato gli attacchi congiunti contro "milizie terroristiche fedeli all'Iran", accusate di aver tentato di attaccare impianti petroliferi nella parte orientale del regno utilizzando droni. Le Forze di Mobilitazione Popolare, ex paramilitari integrati nell'esercito iracheno ma con alcuni elementi filo-iraniani ancora operativi in modo indipendente, hanno affermato di essere state prese di mira dagli attacchi statunitensi e sauditi, riportando diversi morti, feriti e danni materiali in varie regioni dell'Iraq.