Al terzo giorno di tregua, dopo che Donald Trump aveva assicurato che c'erano "buone interlocuzioni" con Teheran, a sorpresa sono partiti missili iraniani diretti alle basi Usa in Giordania, tutti intercettati senza che danni significativi. Colpite anche tre petroliere che attraversavano lo Stretto di Hormuz lungo una rotta ritenuta non autorizzata.

Poco dopo è arrivata la risposta degli Stati Uniti che hanno lanciato, per la prima volta insieme all'Arabia Saudita, azioni coordinate contro milizie sostenute dall'Iran in Iraq, presentandole come rappresaglia all'attacco missilistico e alla precedente ondata di droni contro impianti petroliferi di Riad, attribuiti a gruppi filo-iraniani.

È una nuova, pericolosa fiammata del conflitto, che ora rischia di allargarsi ulteriormente nella regione, dopo che ormai il memorandum Usa-Iran sembra diventato carta straccia. Con il presidente americano che promette ora "di colpire con forza" Teheran, i proxy iraniani che minacciano vendetta e l'Iraq che rischia di essere coinvolto nella guerra, insieme all'Arabia Saudita. E con Mosca e Pechino sempre più attivi dietro le quinte nel sostenere in vari modi la Repubblica islamica, che dovrebbe ricevere entro poche settimane la prima fornitura di un massimo di 400 lanciamissili antiaerei portatili di fabbricazione cinese per rafforzare le proprie difese aeree.