La Corte d’appello di Milano ha ordinato lo stop dell’area a caldo, ma il preridotto era già stato cancellato. Così il governo ha un alibi perfetto. E a pagare sono sempre i soliti.
Il 26 giugno 2026 – 13 giorni prima che i giudici di Milano ordinassero lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni – il governo con l’articolo 3 del decreto legge 107 aveva trasferito dal ministero dell’Ambiente al Mimit le risorse dell’impianto di preridotto che DRI d’Italia doveva costruire a Taranto. Il preridotto è il ferro ottenuto senza carbone, il pezzo mancante di qualunque piano di decarbonizzazione dello stabilimento: quei soldi ora servono «per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica», via contratti di sviluppo aperti a chiunque, ovunque in Italia. Quanto valgano il decreto non lo dice: 826 milioni per la relazione illustrativa, 726 per quella tecnica.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (Ansa).
I giudici di Milano hanno solo certificato il decesso
Il preridotto italiano è morto a giugno, per decreto, quando la sentenza ancora non esisteva: la Corte d’appello, a luglio, ha certificato un decesso già firmato. Ecco perché conviene guardare con occhio asciutto lo scampanellio di indignazione di questi giorni. La causa, va detto, non l’ha fatta una procura. L’hanno promossa 11 cittadini di Taranto dell’associazione Genitori Tarantini, con un’azione inibitoria collettiva davanti alla sezione imprese del tribunale civile di Milano, competente perché lì hanno sede le società. In primo grado, a febbraio, avevano già ottenuto lo stop. Il 9 luglio la Corte d’appello ha confermato: l’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria, cioè dove il minerale diventa ghisa e poi acciaio liquido, ed è dove si concentra l’inquinamento – va spenta entro 90 giorni, e potrà riaccendersi solo dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e il rientro delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Resta fuori l’area a freddo: i laminatoi, che prendono i semilavorati e li trasformano in lamiere, bobine e tubi, che possono lavorare anche acciaio prodotto altrove.












