Novanta giorni per fermare l'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto. Il decreto della Corte d'Appello di Milano arriva come un fulmine sulla vertenza siderurgica proprio nella fase più delicata, quella della trattativa per la cessione degli asset del gruppo e alla vigilia del confronto tra governo e organizzazioni sindacali. Una decisione che modifica lo scenario industriale e occupazionale del polo tarantino, sul quale sono concentrate le offerte del fondo americano Flacks Group e del gruppo indiano Jindal.
I giudici della Sezione specializzata in materia d'Impresa hanno accolto il reclamo presentato da dieci aderenti all'associazione Genitori Tarantini e da un bambino affetto da una rara mutazione genetica, stabilendo che l'attività dovrà essere sospesa entro tre mesi se non sarà «rimosso integralmente l'amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l'emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all'anno».
La reazione del governo non si è fatta attendere: convocazione d'urgenza a Palazzo Chigi, approvazione lampo in Consiglio dei ministri di un nuovo finanziamento da 100 milioni di euro per preservare la continuità operativa del comparto a freddo e conferma del tavolo ad altissima tensione previsto con le parti sociali. Tra i sindacati cresce vertiginosamente l'apprensione per la tenuta occupazionale, mentre la vertenza si trasforma in un cruciale banco di prova per il futuro dell'industria di base italiana.











