Il 50% delle fonti di finanziamento della spesa per interventi e servizi sociali è rappresentata dalle risorse dei Comuni: lo rivela il report “La spesa dei comuni per i servizi sociali” dell’Area Stato Sociale e Diritti della Cgil nazionale, realizzato elaborando gli ultimi dati Istat. “Se l’articolo 3 della Costituzione assicura il principio di uguaglianza sostanziale, i bilanci dei comuni italiani e i dati sulla spesa sociale raccontano un’altra storia”, commenta Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil. “Un sistema eccessivamente basato solo sulle risorse proprie degli enti locali, che sta allargando la forbice delle diseguaglianze nel Paese, lasciando indietro chi ha più bisogno di protezione: non solo persone povere, marginalizzate, disabili, anziane, non autosufficienti, migranti, minori e famiglie fragili, ma sempre più spesso anche chi ha bisogno di lavorare per vivere e un lavoro lo ha”.

Secondo il report, nel 2022 i sindaci hanno speso 8,9 miliardi di euro in servizi sociali e socio-educativi, cui si aggiungono 1,2 miliardi di euro rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale e 812 milioni di compartecipazione degli utenti, per un totale di 10,9 miliardi di euro di risorse impegnate. Alle risorse dei comuni, che rappresentano la metà del totale, se ne aggiungono altre regionali, nazionali o dall’Ue. Se non contiamo la compartecipazione del SSN e degli utenti, le risorse dei comuni ammontano in media a 150 euro per abitante, con forti diseguaglianze territoriali: nella provincia di Bolzano la spesa media per abitante è di 607 euro, in quella di Vibo Valentia di 18 euro.