Sono laureata in sociologia e comunicazione visiva e

digitale, recensisco musica, leggo per imparare a scrivere, mi nutro di (auto)

ironia e cerco di fare pa…

Sono anni che rimando questo articolo. Non perché mancassero gli esempi: quelli, semmai, sono sempre stati fin troppi. Il problema è che ogni nuovo episodio sembrava confermare sempre la stessa spiegazione: i social tirano fuori il peggio delle persone. È una spiegazione comoda, perché chiude il discorso. Io, invece, sospetto che il problema sia più complicato. Forse non siamo diventati tutti più cattivi. Forse abbiamo semplicemente iniziato a percepire gli altri in modo diverso. Non come persone con cui stiamo parlando, ma come contenuti su cui intervenire. Prima di lavorare nella comunicazione ero molto attiva sui social. Commentavo gli articoli dei giornali, intervenivo nei dibattiti politici, prendevo posizione su temi divisivi. Mi piaceva il confronto, anche acceso, purché fosse un confronto. A un certo punto, però, ho smesso. Perché mi sono resa conto che stavo investendo tempo ed energie per rispondere a persone che non avevano alcuna intenzione di discutere. Volevano soltanto vincere una battaglia immaginaria contro qualcuno che, il più delle volte, nemmeno conoscevo. Per un periodo ho curato una rubrica ironica per una pagina Facebook sul Milan. Erano pagelle, dichiaratamente scritte per prendersi gioco delle disfatte della mia squadra del cuore. L’obiettivo era semplice: farsi una risata dopo la partita. L’effetto, invece, era sempre lo stesso. C’era quello che mi spiegava che non capivo niente di calcio. Quello che mi ricordava che ero una donna e qu indi, per una misteriosa legge della fisica, avrei dovuto occuparmi di altro. Quello che mi suggeriva di tornare ai fornelli, come se il problema non fosse il mio voto a un difensore ma il mio codice fiscale. E poi c’erano gli irriducibili: quelli che aprivano profili falsi solo per mandarmi messaggi nel cuore della notte. Tutto questo per una pagella ad un centrocampista.