Vari episodi inquietanti, e spesso tragici, ampiamente documentati dalle cronache, in questi giorni hanno per protagonisti giovani e giovanissimi. Gli psicologi segnalano come alla loro base ci sia un diffuso disagio psichico, che spesso porta a una vera distorsione della personalità. Tale condizione, sempre secondo gli analisti, sarebbe generata dal prorompere del web e dei social nella vita dei più piccoli, che ad essi si ispirano e spesso li usano per documentare e mostrare agli amici i loro misfatti. La prima reazione dei cittadini, ed anche dei politici e dei governi in democrazia ne sono i rappresentanti, è quasi sempre quella di sollecitare divieti, regolamenti, limiti. Su questa risposta la sinistra è sicuramente più attrezzata, essendo nel suo Dna l’idea di regolare dall’alto la vita di tutti senza punto dare credito alla libertà e responsabilità individuali. Anche la destra però spesso segue questa via.
Eppure, per quanto comprensibile sia una tale risposta, essa urta la sensibilità di un liberale. Non, sia beninteso, perché per lui tutto è possibile e la libertà non sopporti restrizioni e limiti, alla maniera degli anarchici, perché è anzi vero proprio il contrario: senza limiti la libertà non è tale, è arbitrio. Ma per motivi più sostanziali. Prima di tutto occorre considerare una questione pratica, di efficacia: la storia dimostra abbondantemente che, ogni qual volta lo Stato ha proibito qualcosa, quel qualcosa ha trovato altre vie, più illegali e più pericolose, per esprimersi. Ed anzi, generando una sorta di “fascino del proibito”, fra gli uomini e a maggior ragione fra gli adolescenti, ha visto espandersi a macchia d’olio certi vizi, nel nostro caso l’accesso a siti i cui contenuti generano emulazione fra i più psicologicamente deboli.








