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C’è una teoria che circola in ambito anglosassone con l’espressione post-literate society (“società post-alfabetizzata”). Sostiene che il declino della lettura e la diffusione di internet e smartphone, coi loro contenuti pensati per una fruizione veloce, stiano trasformando radicalmente la società. Questa trasformazione starebbe avvenendo in modo simile ma opposto a quello che era avvenuto con la diffusione di libri e riviste nel Settecento: allora, una grossa fetta della popolazione si era abituata alla comprensione di testi lunghi, mentre ora sarebbe sempre meno in grado.

Ne ha scritto di recente il giornalista del Times James Marriott, con toni piuttosto allarmati e rassegnati, in una sua newsletter che è stata ripresa e commentata da altri giornalisti. È comunque un argomento di cui giornali e riviste culturali scrivono ciclicamente da anni. Già nel 1985 Neil Postman, un influente sociologo e critico dei media statunitense, l’aveva sostenuto in relazione alla diffusione della televisione nel libro Divertirsi da morire.

Molte delle riflessioni di Postman sulla televisione valgono anche per i media successivi e per Internet: il punto è che secondo lui – e secondo Marriott – rispetto al passato usiamo i media molto più per guardare e ascoltare, e molto meno per leggere testi lunghi, e questo potrebbe portare un cambiamento radicale – non positivo – nel modo in cui pensiamo e quindi nell’evoluzione della società.