Per anni Pavel Durov è stato raccontato come il “Mark Zuckerberg russo”: il giovane imprenditore che aveva costruito il più grande social network del Paese e che aveva scelto l’esilio pur di non piegarsi alle richieste del Cremlino. Oggi, a 41 anni, la sua storia è molto più complessa. Il fondatore di Telegram è diventato il simbolo di una delle questioni più controverse dell’economia digitale: fino a che punto il proprietario di una piattaforma può essere ritenuto responsabile di ciò che fanno i suoi utenti?

La domanda è al centro delle vicende giudiziarie che lo riguardano. Nel 2024 le autorità francesi hanno aperto un’inchiesta sostenendo che Telegram non abbia fatto abbastanza per contrastare attività criminali come traffico di droga, frodi, terrorismo e diffusione di materiale pedopornografico, avviando un procedimento che rappresenta uno dei primi tentativi in Europa di attribuire responsabilità dirette ai vertici di una piattaforma digitale. Due anni dopo, anche la Russia ha incriminato Durov per favoreggiamento del terrorismo, accusandolo di non aver rimosso contenuti utilizzati, secondo Mosca, dai servizi segreti ucraini e da gruppi estremisti per organizzare sabotaggi e attacchi sul territorio russo.