di

Marina Ruoppolo*

La riflessione di una neo diplomata con 100 ma senza la lode perché l'ultimo giorno di scuola è scesa a festeggiare in cortile con i suoi compagni infrangendo un divieto e per questo hanno preso tutti 8 in condotta

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera aperta di Marina Ruoppolo, 18 anni, che si è appena diplomata al Liceo Classico Umberto I di Napoli con 100. Senza la lode però, perché l’ultimo giorno di scuola è scesa a festeggiare in cortile insieme ai suoi compagni, infrangendo un divieto, e per questo hanno preso tutti 8 in condotta, voto che in base alla nuova disciplina del comportamento preclude la possibilità di prendere il massimo dei crediti scolastici. Cara preside. Anzi, la chiamo col nome che le hanno assegnato: cara dirigente scolastica, cari professori, caro ministro e cari tutti quelli che stanno contribuendo all’uccisione dell’istituzione scolastica, guardiamoci attorno, cosa resta? Nell’appiattimento di ogni pensiero divergente in nome di un’approssimativa e spesso falsa valorizzazione delle competenze personali, cosa resta della scuola? Cosa resta del tempo in classe se di anno in anno è sempre più sacrificato per lasciar posto a una serie di attività formalmente volte a far trovare ad ognuno di noi il proprio posto nel mondo, come se fosse una cosa che si deve cercare, individuare e raggiungere, proprio come un obiettivo? Orientarsi, conoscersi, trovare una direzione o fabbricare, impacchettare e spedire all'ufficio più adatto? Quando ci siamo seduti all’esame di maturità quest’anno ci è stato chiesto di presentarci, di presentare il nostro curriculum, come fossimo a un colloquio di lavoro. Mi chiedo: se nell’arco della nostra esperienza liceale sono stati così evidenti gli stravolgimenti, tra altri cinque anni a cosa saranno sottoposti gli studenti che finiscono la scuola, ammesso che vi sia ancora un esame? Ci abbiamo provato per vie democratiche a raccontarvi la nostra idea di scuola, facendoci eleggere rappresentanti di classe, d’istituto e delle consulte provinciali, presentando programmi che portassero avanti le proposte degli studenti. Perfino le cose più semplici sono diventate enormi montagne da scalare. Ci siamo scontrati contro un muro invalicabile di burocrazia, sorvegliato da sentinelle che terrorizzate gridano alla «sicurezza». Ma che sicurezza è mai questa? La sicurezza di non avere responsabilità? La sicurezza che se mai succedesse qualcosa di grave la colpa non ricadrebbe su di voi? Abbiamo provato ad organizzarci autonomamente, con piccole azioni concrete come inserire dei distributori di assorbenti nei bagni seguendo la formula «se ti serve prendilo, se ce l’hai lascialo». Vi siete sentiti scavalcati, ci avete detto che non c’era assolutamente bisogno che ci pensassimo noi, che se avessimo chiesto avreste subito provveduto a realizzare una cosa così importante, che da allora in avanti sareste stati voi ad occuparvene. I distributori sono rimasti vuoti. Quando abbiamo provato a farvelo notare, ci avete trattato con sufficienza, come si tratta un bambino che disturba un genitore indaffarato in cose ben più importanti. Vi renderete conto che il problema non sono gli assorbenti, ma l’atteggiamento di superficialità misto a ipocrisia con cui liquidate ogni nostro sogno, ogni cosa in cui crediamo. Noi i bambini capricciosi a cui è stato tolto l’intervallo, noi i bambini capricciosi che non possono usare il cortile della scuola, noi i bambini capricciosi che vogliono fare il concerto di fine anno, noi i bambini capricciosi che provano a capire il mondo, che si organizzano, che vengono calpestati… Lentamente ci è stato strappato ogni momento di socialità, di appartenenza alla comunità, di partecipazione alla vita scolastica.