VENEZIA - Per anni - con i suoi gioielli mai banali, che spesso giocano sull'incontro tra materiali diversi, sempre frutto di grande maestria artigiana - è stata uno degli indirizzi per gli appassionati a Venezia. Stefania Fescina aveva aperto il suo "Studio laboratorio" di calle dei Fuseri nel 1982, giovanissima, da poco diplomata all'Istituto d'arte. In questi giorni ha abbassato definitivamente le saracinesche veneziane, mentre sta allestendo un nuovo laboratorio a Zelarino, vicino casa. Quanto allo spazio veneziano, 10 metri quadri appena, che l'orafa aveva acquistato da poco, dopo anni di affitto, è stato già venduto a un investitore trevigiano interessato alla zona. Un'altra storia di un artigiano che chiude in una Venezia che cambia. Per il settore degli orafi, in particolare, l'ennesima tappa di un lungo declino. Gli iscritti all'albo del centro storico scendono così da 14 a 13. Nel 2002 - stando ai dati della Confartigianato - erano 38.

UNA STORIA DI PASSIONE «Per me Venezia è stato il centro del mondo. Qui ho avuto anni di lavoro favoloso. Ora tante cose sono cambiate. Ma guardo avanti, sono positiva» racconta Stefania, sempre sorridente, con la stessa passione per il suo lavoro di quando era ragazza. Racconta degli anni passati all'Istituto d'arte dei Carmini, con i suoi laboratori così importanti, e di quelli all'Accademia di Belle arti. «Erano gli anni di Emilio Vedova, mi piaceva andare a curiosare alle sue lezioni. Amo i colori. In quel periodo Venezia era favolosa, piena di energia». Stefania ricorda anche la sua prima formazione nelle botteghe. «Ho lavorato nell'argenteria "Sfriso" di campo San Tomà. Lì ho imparato l'arte della precisione. Poi nell'oreficeria "La Bauta", alle Mercerie. Passavano brillanti enormi, coralli preziosi. Così ho superato la paura di lavorare con materiali importanti». Poi la scelta di aprire il proprio laboratorio. «Avevo vinto concorsi nazionali. Dovevo scegliere tra il design e la bottega». L'occasione di uno spazio che si liberava in calle dei Fuseri. Nessun rimpianto per l'orafa artigiana. «Ho avuto grandi soddisfazioni qui a Venezia».Ma anche la consapevolezza dei tempi cambiati: «Negli anni 80 e 90 facevi le cose in modo più gioioso, con tanto oro, tanti colori. C'erano tanti veneziani. E tanti clienti intelligenti disposti a sperimentare. Ora la mia impressione è che la gente non sappia che esistono gli artigiani, il loro lavoro. Prima capivano i materiali, la ricerca, la nostra attività. Noi eravamo di più, il cliente era più abituato. Ora guarda solo alle grandi firme».IL DECLINO DEL SETTORE Un panorama di declino confermato dal delegato del settore di Confartigianato Venezia, l'orafo Gianluca Bastianello. I numeri raccolti dall'associazione di San Lio sono impietosi: 61 gli iscritti nel 1963, 51 nel 1976, fino ai 38 del 2002 e ai 14 del 2015. Ora ridotti a 13. «Siamo spacciati» ironizza Bastianello, precisando come il tema in questo caso sia nazionale. «Mancano le nuove generazioni. Una volta era scontato che i figli o i nipoti proseguissero l'attività. Serve passione per passare tante ore in laboratorio, con poche soddisfazioni economiche. E poi ci sono le grandi catene di gioielleria che hanno un potere enorme».Bastianello cita anche il tema sicurezza, legato alla costante crescita del prezzo dell'oro. «È un lavoro pericoloso, anche un genitore ci fa un pensiero prima di affidare il laboratorio al figlio - spiega - con il prezzo dell'oro sempre più alto si fa più fatica a vendere i nostri prodotti, mentre il ladro è incentivato a rischiare... Un tema che si riflette anche sui guadagni: una volta a fronte di 150 euro di oro, c'erano 2-300 euro di lavoro, oggi quell'oro costa 6-700 euro, mentre il valore del nostro lavoro è rimasto lo stesso. Il guadagno per noi è lo stesso, come il piacere di indossare un gioiello, ma il suo costo è diventato spropositato».