L'editoriale
Claudio Velardi
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Le grandi nazionali di calcio si costruiscono in due modi, non ce n’è un terzo. Il primo è quando hai a disposizione un nucleo di grandi giocatori che si allenano e vincono nei migliori campionati del mondo, compreso il tuo. È la storia dell’Italia quando la Serie A era un torneo d’eccellenza. Oggi non lo è più, e i pochi che valgono emigrano (in Premier, per capirci, di giocatori da nazionale ci sono solo Donnarumma, Tonali, Calafiori e Palestra, appena arrivato). L’altro è avere una federazione forte, capace di fabbricare talento con un sistema, un metodo, un’idea. Per decenni abbiamo ignorato la seconda strada perché avevamo la prima. Oggi ci mancano entrambe, e da qui bisognava ripartire.
È quello che avevano messo sul tavolo Malagò, Maldini e Leonardo: la tecnica come cuore del movimento, una filiera unica da Coverciano ai bambini, la formazione degli allenatori, il talento di nuovo libero. Tutte cose già lette, intendiamoci. Nel 2011 Roberto Baggio consegnò alla FIGC novecento pagine — la tecnica prima della tattica, centri federali, scouting capillare — finite in un cassetto. Mentre dopo il flop dell’Europeo 2000 la Germania aveva già imposto le accademie giovanili a tutta la Bundesliga; la Francia aveva inaugurato Clairefontaine nel 1988, dieci anni prima del Mondiale di casa. E non solo le grandi, i frutti di una politica di respiro li hanno raccolti anche le “medie”. Il Marocco, prima nazione africana in semifinale mondiale nel 2022, ci è arrivato con l’Accademia Mohammed VI e lo scouting sulla diaspora; il Belgio rifondò i vivai nei primi Duemila scalando poi la vetta del ranking.









