di
Giuliana Ferraino
La procedura per la vendita va avanti, ma cambia il perimetro della cessione e aumentano i rischi di rilancio. Mapelli: «Lo Stato presenti subito un piano di ammortizzatori»
L’ordinanza della Corte d’Appello di Milano scioglie l’equivoco che ha accompagnato la gestione dell’ex Ilva di Taranto per oltre un decennio: l’idea che il risanamento ambientale e la trasformazione industriale potessero procedere senza discontinuità produttiva, costi straordinari e conseguenze sull’occupazione. I 90 giorni fissati per lo stop dell’area a caldo, in mancanza di messa in sicurezza dell’impianto, rendono esplicito il costo delle scelte rinviate e obbligano il governo a ridefinire la gara, gli impianti e le tutele.
La prima conseguenza è sociale. Secondo Carlo Mapelli, professore di Siderurgia al Politecnico di Milano, lo Stato deve predisporre subito ammortizzatori per i 5-6 mila addetti coinvolti dal fermo dell’area a caldo. La crisi riguarda oltre 9.700 dipendenti di Acciaierie d’Italia, circa 1.500 della vecchia Ilva e migliaia nell’indotto. Le tutele dovranno accompagnare una transizione destinata a durare anni.











