L'azienda siderurgica indiana conferma l'impegno per l'acquisizione dell'ex Ilva. Anche dopo la vittoria in tribunale di un gruppo di cittadini e genitori tarantini, riuscendo a ribaltare la sentenza in primo grado
Il gruppo indiano Jindal si dice ancora interessato all’acquisizione dell’ex Ilva di Taranto, dopo la nota di Palazzo Chigi. E anche dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che ha accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in AS e Acciaierie d’Italia in AS, ribaltando la precedente decisione del Tribunale. I giudici hanno disposto la sospensione delle attività siderurgiche dell’area a caldo entro tre mesi. La ripartenza sarà subordinata a due condizioni vincolanti: la bonifica completa e integrale dell’amianto (asbesto) e la drastica riduzione delle emissioni di polveri sottili (PM10 e PM2,5).
Rischio sanitario e parziale disapplicazione dell’AIA
Il provvedimento nasce dalla rilevazione di un persistente pericolo per la salute pubblica, causato dal «progressivo ammaloramento dello stabilimento». I giudici hanno inoltre disapplicato parzialmente l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) 2025, considerandola priva di tutele adeguate sulle polveri sottili per lo scenario produttivo previsto di 6 milioni di tonnellate annue. È stata invece respinta la richiesta dei residenti legata al taglio dei gas a effetto serra. La decisione della Corte resta comunque perentoria: gli impianti potranno riaprire soltanto quando saranno garantiti la bonifica totale dell’asbesto e il rientro delle polveri entro i parametri di sicurezza. «La sentenza certifica il fallimento della strategia perseguita finora dal governo Meloni e dal ministro Urso. La conferma della chiusura dell’area a caldo, motivata dal permanere di gravi rischi per la salute e per l’ambiente dei cittadini di Taranto, dimostra che le misure adottate in questi anni sono state del tutto insufficienti», ha dichiarato in una nota di Mario Turco, vicepresidente del M5s.











