di
Francesco Battistini
Il blitz ucraino nel Mar Caspio contro i cargo iraniani diretti in Russia saldano i conflitti. L’asse Mosca-Teheran- Pechino- Pyongyang sfida l’Occidente
Mare chiuso, guerra aperta. Mai viste colonne di fumo nero come quelle, sul Mar Caspio. Poco lontano dalla costa, sabato mattina, bruciavano due navi iraniane: la Port Olya 2 e la Begey. Pacifici piroscafi, secondo i pasdaran che protestavano per un marinaio morto e per la violazione della Carta Onu. Barche d’armi destinate alla Russia, a sentire gli ucraini che le avevano bombardate. Uno scenario imprevisto e preoccupante, a dire di tutti gli osservatori internazionali: dopo il Mar Nero e il Mar Rosso, anche il più grande lago del mondo — il «mare chiuso» condiviso fra Mosca e Teheran — è diventato l’anello di congiunzione delle due grandi guerre in corso, in Ucraina e in Iran.
«Un’escalation inaccettabile, qui viviamo in pace, armonia e buon vicinato», ha protestato il dittatore turkmeno Berdimuhamedow, che s’affaccia sulle acque ed è buon amico sia degli ayatollah, sia di Vladimir Putin. «Non vorremmo vedere un’espansione geografica del conflitto», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Un tempo, questo bombardamento sarebbe diventato un casus belli...». «Anche l’Ucraina potrebbe capire presto che non lasciamo impunite queste azioni», ha minacciato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi: «Volodymyr Zelensky opera per conto d’Israele e vuole trascinare l’Europa nella sua guerra». «Ma non facciano le vittime!», ha risposto gelido il presidente da Kiev: «Da quattro anni, l’Iran è complice diretto dell’aggressione russa».











