A un mese circa dall’annunciato cantiere sul mitico programma, il campo largo va in tilt tre volte: sulla politica estera (due) e sulla Tav. Non è un buon viatico. Che cosa si diranno i leader una volta chiusi in una stanza, davanti a una risma di carta, per cominciare a stendere il fatidico programma? Le posizioni non solo non si avvicinano, ma si cristallizzano; non c’è alcun segno di ravvedimento o di ricerca di una mediazione da parte di Alleanza Verdi-Sinistra e Movimento 5 stelle, mentre il Partito democratico sceglie sempre due atteggiamenti: o fischietta o si finge morto. Cioè subisce. Evita il chiarimento con gli alleati per timore di rompere. Solo che così si rompe lo stesso, e senza chiarirsi.
Tutto questo, va da sé, lascia presupporre che alle primarie ci si scontrerà non solo e non tanto sulla persona che dovrà battere Giorgia Meloni, ma su idee diametralmente distanti: Ucraina e Tav sono solo i temi più eclatanti. Se il discrimine diventasse la guerra e la difesa si proflilerebbe un serio rischio per la segretaria del Pd: i pacifisti-disarmisti potrebbero non votarla.
Dunque, tilt numero uno: ieri alla Camera, sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali, il Pd ha votato una sua mozione diversa da quella di Nicola Fratoianni e da quella di Giuseppe Conte, a causa, come al solito, del sostegno finanziario all’Ucraina. Dall’opposizione sono arrivate le consuete cinque mozioni diverse (Pd, Avs, M5s, Italia Viva, Azione).









