Minacce alle porte

Antonio Picasso

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«Fin da subito la matrice islamista è apparsa evidente». Per Marco Lombardi, professore di Sociologia all’Università Cattolica di Milano e coordinatore di Itstime, il centro di ricerca dell’ateneo milanese specializzato in terrorismo e sicurezza, il punto di partenza dell’analisi dell’attentato di Berlino dev’essere questo. «Il modus operandi, la scelta del bersaglio e la dinamica dell’attacco non hanno dato spazio ai dubbi. Poi le ipotesi di eventuali regie indirette appartengono a un livello diverso della riflessione». Nel teatro operativo occidentale, l’obiettivo di destabilizzazione dell’Isis può essere condiviso anche da altri. Per esempio l’Iran. «Il jihadismo può essere utilizzato come proxy. Questa è una caratteristica della storia del terrorismo contemporaneo. Ma senza elementi concreti è corretto fermarsi ai fatti accertati».

Per Lombardi, sarebbe un errore concentrare il dibattito sulle possibili regie esterne. La vulnerabilità principale continua infatti a essere interna. «Il terrorismo esiste perché noi gli mettiamo a disposizione lo spazio per agire. Il problema non è soltanto chi lo ispira, ma quanto siamo capaci di prevenirlo». In questo senso la Germania rappresenta un caso emblematico. Negli ultimi anni è stata ripetutamente scelta come teatro di attentati. Costituisce quindi il laboratorio europeo più esposto alle tensioni generate dall’integrazione, dalle migrazioni e dalla radicalizzazione. «La Germania è probabilmente la struttura sociale e politica più in movimento d’Europa», osserva il docente. «È il luogo in cui convivono grandi numeri di immigrati, forti processi di integrazione e altrettanto forti fenomeni di disintegrazione sociale. Per un’organizzazione terroristica, colpirla significa ottenere la massima visibilità e il massimo impatto politico».