Gli ultimi episodi hanno fatto ricadere l’intelligence europea nel timore di una nuova serie di attentati del terrorismo cosiddetto “homegrown”, dove individui radicalizzati prevalentemente sul web, si attivano per compiere attentati in contesti perlopiù urbani. L’analisi di Stefano Dambruoso, magistrato, e Francesco Conti, dottorando presso Ntu-Singapore

Il recente attacco jihadista avvenuto al Pride di Berlino lo scorso 25 luglio, che ha causato la morte di una sessantacinquenne polacca, oltre che al ferimento di altre 29 persone, ha fatto ricadere l’intelligence europea nel timore di una nuova serie di attentati del terrorismo cosiddetto “homegrown”, dove individui radicalizzati prevalentemente sul web, si attivano per compiere attentati in contesti prevalentemente urbani.

Oltre al fattore comune di prediligere i soft target, cioè obiettivi civili rispetto alle forze dell’ordine, militari, o luoghi politicamente simbolici (di solito protetti), gli homegrown colpiscono di solito con armi poco sofisticate ma non per questo meno letali, siano esse coltelli, ovvero veicoli. Inoltre, il successivo attacco all’arma bianca di Parigi del 27 luglio, dove sono state ferite tre donne, ha riacceso la spia sulla minaccia degli “attentati emulativi”. Tale fenomeno è definito come un episodio dove un individuo, già radicalizzato, si attiva ed agisce in seguito a un precedente attentato, ispirato dalla sua ideologia o dal modus operandi. Gli attentati più semplici, come quelli col coltello o con veicoli, data la loro facilità di esecuzione (anche senza necessità di specifico addestramento) e di reperibilità di armi, sono quelli più idonei ad essere emulati. Inoltre, nel XXI secolo, l’effetto emulativo è incrementato anche dalla risonanza data dai mass media e dai social. Grazie a tali attentati, la galassia jihadista è in grado di mantenere “massa critica” in Occidente, anche senza più una capacità reclutativa ed organizzativa di livello.